Questo blog nasce come una sorta di diario segreto.
Molto più personale e introspettivo, non nasce ne per essere giudicato, ne per essere compreso o frainteso.
ognuno è libero di inetrpretare, ma solo noi stessi conosciamo il vero senso di quello che scriviamo e l'attimo nel quale è stato fatto e perchè ...
un viaggio nell'etere di pensieri ed emozioni profondi... uno specchio dell'anima,come il titolo recita ...
lunedì 18 agosto 2025
domenica 17 agosto 2025
la differenza di un amore
Lo riconosci. Quello giusto.
Quello che aspetta te. E’ inequivocabile.
Lo senti nella pelle, nello stomaco, nella testa, piena di pensieri di lui, nei vuoti quando ti manca.
Nella gelosia cieca e assurda che ti assale.
Lo avverti nelle viscere, radicarsi nelle vene, attorcigliarsi come edera al tuo cuore.
E se è destinato a te, niente e nessuno potrà portartelo via.
Lo riconosci da come ti guarderà, dal fremito che trasmetterà ai tuoi sensi, dalle attese trepidanti.
Verrai stregata, dalla sua voce, dai suoi gesti, dal suo odore.
Scomparirà ogni altra ragione di vita. Lo riconoscerai perché il mondo si colorerà di arcobaleno, avrai la certezza perché è diverso da tutte le altre volte, perché ti accorgerai di nuove sensazioni mai provate.
Perché sarai pronta a dire si.
E se andrà via, anche dopo, non potrai sbagliare, riconoscerai la differenza di un amore.
Che non sarà più uguale, mai più.
Potrai innamorarti altre cento volte, ma il vero amore resterà solo uno, unico, irripetibile.
Te ne accorgerai dal profumo diverso sulle lenzuola, dal modo diverso di come ti toccava, come ti baciava, come ti guardava.
Dal modo in cui ti coinvolgeva. Da come ti faceva sentire donna, tutt’uno con lui. Per quella complicità unica, che non aveva bisogno di coccole o parole. Bastava percepirla nell’aria e basta, non servivano le domande o le risposte. Tutto era chiaro, semplice, vero.
Avvertirai la differenza in te, per tutto quello che oggi ti rende
insofferente e apatica, per quei difetti che te lo rendevano speciale e che invece addosso a un altro non sopporti.
Perché non riuscirai più a fare con un altro quello che facevi con lui, senza stare male.
E ripenserai alle domeniche davanti la TV a guardare la sua squadra del cuore, a fare il tifo insieme a lui, alle battute di pesca, sentirai la sua mano sulla tua mentre ti aiuta a tirare su il pesce. A quella sigaretta che fumavi dopo un pranzo fuori, perché a lui piaceva. Alla patente che non avresti mai preso, non fosse stato per lui.
A quando bastava una presenza per essere felice. E ti mancava l’aria saperlo distante anche solo cinque minuti.
Stargli accanto era toccare la luna e bastava.
A queste e ad altri milioni di piccole cose che facevi con amore e gioia, che rendevano i tuoi giorni speciali anche nelle abitudini.
Le piccole cose che potresti ancora fare, ma che rifuggi, perché adesso invece, ti pesano. O ti rendono indifferente.
E allora capisci. Ti guardi dentro e capisci, ti sei già risposta.
Non è sbagliato questo nuovo amore. È diverso.
Diverso in te. Perché il vero amore lo hai già consumato e si è portato via anche te.
E che vuoi farci.
Ricordi, proprio lui, lo diceva spesso: “Non si può andare contro i mulini a vento”.
E non servono i sensi di colpa. Non guariscono, non ci fanno innamorare, non ci riportano indietro.
Non ci restituiscono chi abbiamo perso, ne il tempo.
Tantomeno quell’unico grande e vero amore che non potremo mai estirpare dal cuore e dall’anima, ne sostituire.
Ed io non lotto nemmeno più. Mi arrendo al ricordo, mi arrendo e non combatto più, ho capito.
Che non serve e non si può fuggire dal vero amore. Che non ci lascia mai davvero perché resta radicato dentro per sempre.
E’ una lotta impari, dove contrastarlo finisce per farci male, com’è successo a me, perché non bisognerebbe mai rimandare un dolore. Quando affiorerà, perché lo farà, ci troverà impreparati, convinti e illusi di poterlo vincere ancora.
Può sembrare un paradosso, ma non è amore se non ci fa soffrire
E anche in questo dolore riconoscerai la differenza di un amore
.. patty
INUTILMENTE
INUTILMENTE
No, che non sarei sincera, se ti dicessi che sto provando a
lasciarti andare.
Anzi è l’opposto, più passa il tempo e più non riesco a minimizzare il tuo ricordo.
Continuo a dire che è sbagliato, che faccio male a chi mi è accanto e non lo merita, continuo a dirmi che così sto rinunciando a vivere, che mi faccio male, che sto male.
E soprattutto faccio male a te, che a causa mia non riuscirai a trovare la giusta pace dove sei.
Continuo inutilmente a chiederti perdono, a te e a Dio per la mia debolezza. Convivo con i sensi di colpa che mi divorano. Sono consapevole che tutto questo potrebbe portarmi ad essere condannata nell’eternità a perderti davvero.
Mi dico che l’amore vero deve essere capace di lasciare quando è necessario, quando è giusto, quando è ora.
Tutto vero, tutto giusto, solo fosse così facile.
I miei complimenti a chi riesce, a chi ce la fa.
Probabilmente sono molto più fragile di quanto pensassi.
Oppure no. Sei tu, che sei molto più forte. Tu, più forte del tempo che passa, più forte dei miei propositi, più forte, dentro e fuori da me, del mio amore stesso.
Ci saranno pure altre persone nel mondo che vivono questo sentimento come me, non credo di essere l’unica.
Sono quelle che non ti dicono che sei patetica, quelle che silenziosamente piangono, che gridano aiuto senza la voce.
Bisogna entrare nei panni altrui, con i fatti e non con le parole, e allora capiremmo.
Tutti siamo buoni a consolare, a consigliare, a rimproverare, tutti, finché una cosa non la viviamo in prima persona.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E i proverbi non nascono a caso.
Cosa vuoi che ti dica: Non ti penso più, sei lontano anni luce, oggi saresti vecchio, comunque forse morto ugualmente, trovamela tu la bugia giusta, l’alibi che può tenermi lontana.
Non è vero che non torni. Torni sempre, ogni momento che ti penso, non è vero che sei andato, io ti vedo e ti sento, con il cuore e nell’anima.
E ci sei, rimasto per sempre fermo nel tempo e nella distanza, dato che Dio non ci ha concesso di vivere il tempo oltre.
Forse è quello che mi manca.
Hai presente quando vedi un bel film e resti a bocca asciutta perché s’interrompe sul più bello? Un libro cominciato e mai finito?
E non saprai mai cosa sarebbe accaduto dopo, Cominci a leggere, vieni travolta dalla storia, poi improvvisamente pagine vuote, una dopo l’altra, continui a sfogliarle, incredula, solo per trovarci nell’ultima la parola fine. Fine, punto.
Anche se tutto il senso era già scritto in quelle poche che hai letto.
E appunto tu, il senso di tutto. Chi me l’avrebbe mai detto.
Tu eri di più. Più di quanto potessi desiderare.
PIU’, scritto in maiuscolo.
Non si può gettare via le persone come fossero bambole rotte.
Non si cancella con un colpo di spugna chi per noi è stato PIU’
Più di quanto, di dove, di quando, di come, di tanto, di tutto.
Più di tutte le parole che non riesco a trovare.
Tanta roba, si dice a Roma per descrivere qualcosa di eccezionale.
E solo chi ti ha vissuto come me, può capire di che parlo.
È vero, parlo con gli occhi dell’amore, ma tu eri più anche del mio sguardo.
Come spiegare cos’è la concretezza, il coraggio, la dolcezza, il gioco, la sicurezza, l’affidabilità.
Come si racconta un sorriso, un abbraccio, un bacio che rapisce il tuo essere.
Quanti romanzi servono per far sentire a chi legge, cosa provavo quando stavo fra le tue braccia.
Quando mi affidavo a te ciecamente, perché finché c’eri tu a guidarmi non potevo sbagliare, ero al sicuro, dovunque a casa.
Non dipendevo da te, perché m’insegnasti la libertà, camminavo con te.
Camminavo nella luce, tu eri il mio faro.
Mi sentivo la tua donna, la tua principessa.
Senza bisogno di castelli in aria. Non avevo bisogno di nulla, tu bastavi e avanzavi, il resto era superfluo.
Il ricordo si fa presenza mentre ti racconto.
Se potessi me lo strapperei da dentro, come ha fatto Dio con la costola di Adamo quando ha creato la donna, per riportarti da me, ma io non sono Dio e Lui ti ha preso con sé, ti ha voluto per Lui.
Fin qui tutto normale, tocca a tutti.
Mi resta un rimpianto che non potrò mai perdonarmi.
Quello di non averti tenuto le mani quando soffrivi, quello di non averti detto quello che davvero sentivo per te, invece di scrivere e parlarti adesso che è tardi.
Quando ti sei ammalato la maschera che avevo indossato per farmi coraggio più a me che a te, si era impossessata di tutto il mio essere, impedendomi di essere vera, illudendomi che così facendo scacciavo il fato tremendo che ci attendeva. Perché mi rifiutavo di leggere nei tuoi occhi lo sconforto e la paura, né volevo mostrarti i miei; sapevo che ci avresti letto la verità.
E io fuggivo dalla verità, anche adesso, immaginandoti ancora con me.
Mi fanno male quelle notti in ospedale, tu moribondo e io china sulle parole crociate.
In realtà non le facevo, ascoltavo il rumore sempre più flebile del tuo respiro, il mio cuore si faceva pesante come quel soffio di vita che con tutte le forze cercavi di trattenere.
Non riuscivo nemmeno a piangere.
Era diventato pesante persino chiamare l’infermiera per farti dare il calmante, che ormai chiedevi in continuazione.
Perché mi pesavano le gambe, tanto quanto il cuore, per arrivare fino all’infermeria.
Così come mi è pesata quella mano che non ha mai preso la tua. Perché? Quanto fa male adesso.
Tanta durezza per cosa? Tutto, inutilmente, se invece penso a quanto ti amavo, ti amo, che avrei dato la mia vita al posto della tua, anche se non era giusto.
E ho pregato, lo ricordo, l’ultima sera, affinché finisse tutto questo.
Ho pregato la Madonna di guarirti o di farla finita, perché non potevo più sentire il tuo dolore. Dico sentire, non vedere, perché io lo sentivo, con tutto il mio essere, quasi fossi stata te. Sapendo che l’opzione più plausibile costava il mio dolore, per sempre, ho offerto il mio perché finisse il tuo e sono stata esaudita.
Avrei preferito diversamente, ma i miracoli non sono per tutti.
Forse io non ne ero degna. Tu lo sei stato, se crediamo nella luce di Dio.
Ti soffio un bacio, ovunque tu sia.
E se non sei, lo soffio dentro me, che non c’è dubbio che lì sei, per sempre … Patty
Si cambia
Si cambia. Tutti.
Mia suocera diceva sempre che non era il mondo a cambiare, ma i “ mondarli”.. Aveva ragione.
Non si finisce mai d’impararla questa vita in continua evoluzione. Non finisce mai di sorprendere il mondo e il corso del tempo.
Come dice una canzone di Mariella Nava non siamo che pezzi di ricambio che si susseguono.
Siamo capitoli scritti nel tempo come fosse un grande libro, alcuni fatti di poche pagine, altri mattoni.
Ognuno con la sua storia, ma tutti inevitabilmente con la parola fine nell’ultima pagina.
E si cambia, ad ogni capitolo.
Talvolta rileggendolo, scopriamo di non riconoscerci più, qualche pagina sbiadisce e restano le righe vuote.
Quello che resta scritto racconta di un tempo passato che non ci appartiene più. Non ci appartiene quel tempo, le persone, i luoghi, le cose, persino i sogni.
Tutto ingiallisce tra quelle pagine segnate da una penna indelebile che non è cancellabile a nostro piacere.
E c’è un vento che gira le pagine troppo in fretta.
Ogni tanto vado a sbirciare.
Le pagine scritte finora mi raccontano già troppe donne diverse, troppi cambiamenti, tanto amore e troppo dolore.
Ho segnato in rosso i momenti felici per farli brillare, sottolineati con l’evidenziatore, quei capitoli dove c’eri anche tu.
Ho cancellato con scarabocchi neri i momenti tristi fino a bucare le pagine, ma quando le riapro come una stregoneria sono ancora lì, a ricordarmi il dolore.
E sono cambiata. Ho cambiato modo, vestiti, rughe. Ho cambiato mobili e abitudini.
Non sono più quella dei giorni scritti in rosso.
Si cambia, lentamente. All’inizio è solo un lieve soffio che ti attraversa, una nube leggera che attraversa il sole.
Tu stai là, ad aspettare che il sole torni e invece lei lentamente si addensa e promette temporale.
E anche i temporali passano dopo lo scoppio. Ma non sono tutti uguali. Alcuni lasciano l’odore della terra bagnata e portano refrigerio, alcuni devastano e fanno danni irreparabili.
E allora ti aggrappi, cerchi di proteggerti, di difenderti.
Ti chiudi dentro, in attesa che la bufera passi.
Dopo la devastazione, apri le finestre, guardi fuori e tutto è cambiato.
Ti senti smarrito.
Tutto da rifare, da ricominciare.
E non riconosci più la casa, le strade, la gente, che invece sono sempre le stesse, sei solo tu che le vedi con occhi e cuore diversi.
Perché il temporale si è portato via un pezzo importante di te, relegan dolo in quel capitolo andato via per sempre.
Allora chiudi gli occhi e il libro, cerchi di reinventarti.
E quanta fatica, solo per scoprire che in realtà non sei mai riuscito a voltare pagina.
Che non è servito cambiare i mobili, ne le abitudini, nemmeno cambiare te stessa.
Che il vento si era fermato e per questo era sopraggiunto il temporale, fermato a quel capitolo sul confine tra la penna rossa e quella nera.
E cadi, una volta sulla pagina dietro, un’ altra su quella avanti e resti in bilico, sopraffatto dalla corsa del tempo che non da tregua, smanioso di scrivere ancora, mentre lotti contro un vento nuovo che vuole strappare le pagine passate e toglierle alla tua memoria.
Potessi mangiare la carta del tempo la ingoierei come si fa col veleno affinché niente e nessuno possa carpirmi quelle pagine.
Ma il vento continua a soffiare sempre in una sola direzione e a nulla vale cercare di tornare indietro e annaspo invano mentre cerco di fermarle al capitolo giusto.
Mentre cerco di fermare una pagina, mi sfugge l’altra e non trovo più il modo di rimetterle insieme e perdo il filo, tutto torna e si confonde, un po’ fa bene e un po’ fa male e il cuore non ce la fa.
Però mi accorgo che il mio libro altro non è che un quaderno con la copertina con gli anelli.
Forse troverò il modo per aggiungere ancora qualche pagina e spero che sia rosa.
Nel frattempo, riapro il libro. Mi accorgo che quel capitolo non c’è più.
Non so se ho vinto io o il vento, ma una cosa è certa, è volato per sempre nel mio cuore…. Patty
venerdì 15 agosto 2025
Dettagli
Dettagli
Ci sono cose che, mentre le vivi non le noti.
A volte abbiamo le cose sotto gli occhi e ci sfuggono quei dettagli, quelle sottigliezze che fanno la differenza.
Quando te ne accorgi spesso è tardi per rimediare. Non sempre possiamo cambiare le cose però, ma si può tentare.
Così oggi, ,mentre digitalizzato vecchie foto, mi sono imbattuta naturalmente in quelle di nostro figlio da piccolo.
In molte ci sei tu, che giochi con lui, che stai con noi.
A parte quelle in cui è neonato dove non c’è carattere, già dai primi mesi si nota che è un bambino dolce e solare.
Nelle foto con te ti guarda innamorato.
Non è una cosa che sento io, chiunque vedesse quelle foto si perderebbe nei vostri sorrisi complici.
E anche dove non sei, nella stragrande delle foto i suoi occhi sono radiosi, la bocca sempre aperta in un sorriso.
Come per tutti i bambini molte pose sono curiose, spiritose.
Man mano che scorrevo nelle foto però a un certo punto ho notato quel piccolo dettaglio che mi ha costretto a tornare indietro e a rivederle più volte.
È cominciato tutto da una foto in cameretta. Dicembre 1997, dice la foto. Lui ha appena un anno e mezzo.
Guardo a fondo nei suoi occhi, il sorriso è forzato, troppo per un bambino così piccolo. I suoi occhi non ridono più.
Vado avanti, tutte così le foto, raramente qualcuna mi riporta il bambino delle foto prima.
Resta il sorriso e la dolcezza, ma gli occhi non sono gli stessi.
E allora torno di nuovo indietro. Cosa mi sfugge?
Vorrei essermi sbagliata, forse è soltanto un’impressione.
Ma ce n’è una in particolare che, come un fulmine, m’illumina.
Hai presente quelle foto che solo guardandole sanno raccontarti tutta la storia? Una di quelle foto che qualunque fotoamatore come me vorrebbe scattare almeno una volta nella vita.
Siamo a scuola, c’è una recita e lui, in mezzo a tutti gli altri bambini, alza una mano e saluta gioioso, si solleva sulla sedia per farsi notare.
Mio figlio. Non fosse per la foto giurerei che non è lui.
Avevo rimosso. I ricordi delle sue recite sono sempre svogliati. Per due anni di seguito addirittura si metteva a piangere e io uscivo frustrata da quelle recite con la fotocamera in mano spenta troppo presto per non riprenderlo mentre piangeva.
Ma quella volta no. Prendo gli occhiali per leggere da vicino,
per guardarla meglio. Avvicino la foto alla luce della finestra.
Si, è lui, deve essere il primo anno di asilo, a Natale.
E all’improvviso tutto diventa chiaro
Quel giorno c’eri anche tu alla recita. Come ho fatto ad essere così cieca, a non capire. Essendo così piccolo non so se fosse consapevole in pieno del perché dei suoi comportamenti.
Un bambino non si fa domande, un bambino è così o lo diventa e non sa relazionarsi nelle mancanze.
Come diventa chiara e dolorosa la consapevolezza di quel sorriso appena accennato e gli occhi spenti. Tu ti ammalavi, tutto cambiava. E per quanto ci si voglia sforzare di non fare trapelare i nostri disagi ai nostri figli i bambini sono spugne che assorbono tutto.
E lui ti adorava, come del resto io. Perché eri un papà meraviglioso, che persino nella malattia ti alzavi la notte a darmi il cambio per cullarlo. Le sue piccole manine strette dalle tue così grandi e forti in quella foto in carrozzina e non posso più trattenere le lacrime.
Lui ti amava si, più di quanto amasse la sua mamma.
Quando i primi tempi lo lasciavamo all’asilo e lui straziato voleva tornare a casa, pregava la maestra di tornare dal papà, non nominava la mamma.
Si sentiva già grande e invincibile con il suo “papi”.
E grande lo è diventato davvero, di colpo e troppo in fretta quando ti ha perso.
Dicono che l’ho cresciuto bene, è vero, ne sono fiera, ma il merito non è mio. Sono convinta che da lassù non l’hai mai lasciato.
Eppure, credo che nel suo inconscio di bambino si sia sentito tradito dal suo “papi” che se n’è andato.
Tradito da Gesù, chiuso in una foto e nel suo egoismo quando appresa da me la notizia quel triste giorno è corso a pregarlo di farti tornare, come può fare un bimbo di quattro anni che non conosce la parola morte. Deluso da me, dal mio rapportarmi a lui come in un grande perché non volevo nascondergli nulla e dalla mia apparente freddezza trascinata negli anni per fargli meno male. Per finire forse a fargliene di più.
Perché forse voleva dimostrarmi di essere forte altrettanto
Lo stesso sbaglio che feci con te, quando ti ammalasti e mi vestivo di bugia per non compiangerti, pensando di farti forza. Ma chissà che una volta non avresti voluto che piangessi in silenzio con te.
Avrei fatto meglio a mostrargli la mia vera me, la mia fragilità per permettere la sua. E così con te.
Resta il fatto che da allora non ti ha mai più nominato, né chiesto mai di te. Il suo dolore si palesava solo al cimitero, quando si metteva davanti la tua foto e cominciava a parlarti come fossi vivo. Un bambino di 4 anni.
Quanto può reggere un cuore duro? Ho smesso di portarcelo e ho smesso di andarci anche io.
E ancora ho sbagliato.
Oggi è un uomo e ancora oggi lo vedo sfuggire il tuo ricordo. Ma non parlo di quei pochi flash che avrà in memoria, se ancora li ha.
Mentre io riesco a parlare di te, anche se il dolore non è sopito, lui si chiude, non mi chiede mai di te, si allontana se per qualche motivo tiro fuori una foto, si estranea davanti a un racconto, al ricordo.
Prima che se ne andasse a vivere da solo, gliel’ho chiesto.
Gli ho chiesto il perché non mi domandasse mai del suo papà.
Mi ha risposto che preferisce non toccare l’argomento, perché si accorge che io soffro e non vuole vedermi soffrire.
E in parte è vero. Lui sa vedere nei miei occhi quanto io nei suoi.
E i suoi non mi dicono tutta la verità.
Il vero rifiuto è alla sua di sofferenza. Sapere, non solo attraverso me, quale persona meravigliosa fossi tu e non avere avuto la possibilità di viverti, di non aver conosciuto quello che eri tu, nell’età giusta per ricordarti con amore. Che non si domanda come sarebbe stato altrimenti perché in cuore suo sa che è inutile, tanto non è. Gli resta l’amarezza che conoscono tutti i bambini a cui sono state tolte le radici, quando ti senti come se mancasse una parte di te e non sai quale.
E la cosa peggiore è che questa cosa l’hai dentro senza esserne consapevole. E non si guarisce.
E non basta ricordargli che l’ultima telefonata il papà l’ha fatta per lui, senza voce e senza respiro ormai.
Non posso raccontargli dei pugni di rabbia e sconforto sul letto di morte mentre invocavi il suo nome e lo strazio del mio cuore. Le volte che lo hai raccomandato a tutti, in particolare a suo fratello più grande.
Se c’è stato un ultimissimo pensiero prima di lasciare questo mondo sono convinta che non è stato per me, ma per lui.
E il tuo compito non è finito con te, ma è proseguito anche dopo, specialmente dopo.
Mi sento in colpa per non essere riuscita a farlo sorridere ancora nello stesso modo, in colpa per aver nascosto il mio dolore che lo ha costretto a fare altrettanto fino a chiudersi totalmente. Fino forse ad avercela con te. Te che eri il suo eroe, il suo primo amore.
Mi sento in colpa anche se so che quanto ho fatto l’ho fatto in buona fede e cercando di fare del mio meglio, sempre.
Vorrei farti tornare e per me, ma anche per lui, per rimettere le cose a posto, per ridarlo quel sorriso che oggi ha ritrovato, ma non verso te, per colpa mia, solo mia ed è un’altra cosa che riuscirò a perdonarmi, solo se verrà un giorno che lui mi perdonerà e che mi perdonerai tu.
Intanto le foto scorrono, come scorre la vita e io l’avrei fermata in una casa di campagna. Lui su uno sgabelletto davanti al vecchio camino, lo sguardo e la risata sincera, mentre indica te che t’intravedi appena inginocchiato in terra vicino a lui e vorrei entrare nella foto per fermarmi a ridere con voi, invece di scattare.
Che all’improvviso mi sembra di odiare questa mia passione, che mi ha impedito di vivere quell’attimo nell’eternità, patty
Ferragosto 2025
Caldo, troppo caldo. C’è un cappa da togliere il fiato.
Lo dice anche il telegiornale. La terra si sta scaldando troppo e ogni anno sarà peggio.
Eppure io ricordo tanti ferragosti simili, che infine come sempre sfociavano in temporali.
In fondo è risaputo che dopo ferragosto cominciano .
Quelli estivi, che durano talvolta mezz’ora , ma molto forti. A volte fanno anche danno e di brutto.
Ma il temporale non mi tocca. Anche quest’ anno, come quasi sempre mi capita sin da ragazza, mezza giornata lavoro, e addio “braciolata”.
Da quando ho cominciato a lavorare in pasticceria e ormai sono più di quarant’anni, una vita. E ci ho fatto il callo.
E infine cos’è un lampo in cielo, per chi il temporale ce l’ha dentro anche col sole.
Cos’è una giornata di pioggia davanti alle lacrime di anni.
E mi tornano quei ferragosto felici.
Quando dopo aver lavorato montavamo in auto, io e te, diretti al paese, nella tua casa in campagna che non finirò mai di rimpiangere come te, che se avessi solo potuto non avrei mai venduta.
Quella casa semplice che mi accoglieva con il sorriso di quella vecchina della tua ex suocera, che mi aveva accettato come una figlia e sento ancora il calore di quell’affetto.
Partivamo, ricordo, con dolcetti e la scorta di cornetti in busta da regalare ai conoscenti che avremmo visitato e ogni anno così, un semplice rito che si ripeteva.
Mi fa pensare a quanto erano diversi i valori una volta.
Quanto erano importanti le persone.
Quanto fosse tutto più vero con te.
Partivamo col sole, qualche volta con la cappa come oggi, senza l’aria condizionata, alle due del pomeriggio, con i finestrini aperti e la musica sull’autoradio.
Non ci siamo risparmiati altri viaggi, ma agosto era questo.
E io ero felice così. Non facevo programmi, né chiedevo altro. A me bastava quella casa, a me bastavi tu.
Ora la strada è migliore. A quei tempi la Salaria era un po’ più brutta e se s’incontrava un camion davanti erano cavoli perché non si poteva sorpassarlo.
E si passava dentro Rieti, se volevi andare verso Ascoli, poi fecero una strada nuova, gallerie nuove e già si andava meglio.
Tappa fissa, Cotilia. Il chiosco col panino con la porchetta, perché si partiva con la fame senza aver pranzato.
Sorrido al ricordo che una volta ci lasciammo il seggiolino di nostro figlio, che si rifiutava straziato di starci dentro e lo riprendemmo dopo qualche giorno al ritorno.
Ci sono ripassata qualche anno dopo di te, e il gestore ancora ricordava quell’episodio.
E l’anguria, presa al camion che puntualmente si fermava nei pressi di Antrodoco. Una volta per giocare chiesi al signore di darmi l’ultima sotto. La faccia stupita del venditore col quale scoppiammo a ridere assieme.
Poi, superato quel tratto, nei pressi del passaggio a livello puntualmente cominciava a piovere.
Sempre, tutti gli anni che io ricordi.
Alzavamo i finestrini, ma io un pochino lo lasciavo sempre aperto. Mi piaceva sentire il fresco che entrava nell’auto, l’odore di terra bagnata. Volgevo lo sguardo verso le montagne, mi sentivo avvolta da un senso di pace e libertà e il temporale non mi faceva paura.
La mia mano accarezzava i tuoi capelli. Mi piaceva farlo mentre guidavi. Mi piaceva la tua mano sulla mia coscia, che mi trasmetteva sicurezza e desiderio al contempo.
Mi piacevano i tuoi occhi che fissavano la strada e che controluce cambiavano colore e diventavano verdi.
E mi piacevano gli attimi che rallentando riuscivamo a incontrare i miei.
C’era tutto in quegli sguardi, tutto quello che qualunque donna vorrebbe dal suo uomo.
Mi piaceva persino la tua sigaretta che il più delle volte nemmeno accendevi, ma continuavi a tenere fra le labbra.
E quando era accesa, guidavi con una mano e l’altra fuori, che non si dovrebbe fare, ma io con te sarei stata sicura persino se avessi guidato a occhi chiusi.
Una volta il temporale non ci diede tregua e ci accompagnò fino alle curve per “ Folignano”.
Ricordo che l’acqua era talmente tanta che mentre facevamo i tornanti arrivava ai finestrini.
Poi, vicino casa, d’improvviso il sole, come se nulla fosse stato.
E che bella la campagna. Ma puoi capirla solo se ami la natura. Belli i tramonti sui campi. L’alba svegli con il gallo, come raccontano i libri. Le lucciole delle sere d’estate nascoste tra l’erba come tante stelle in cielo. Il canto dei grilli.
La rugiada del mattino. La fontana in pietra, dove ancora si lavano i panni col sapone a pezzi.
Bella come quando tornavamo dal mare accaldati, bella per le sere passate sulla veranda con il giacchetto addosso quando non si usciva.
Buona come i fichi colti sull’albero dove ti arrampicavi coma una scimmia e io avevo sempre un po’ paura. Quell’albero che, per una strana coincidenza è finito dopo te, colpito da un fulmine. Buona come i pomodori colti nell’orto.
Semplice come la gente, umile e lavoratrice, che si accontenta di un pezzo di pane con l’olio e una panchina, appoggiati a una grande quercia che da ristoro nelle ore più calde, quattro chiacchiere con il fattore e il giorno va. Senza pretese.
E ancora più bella diventa quando la vivi e la guardi con gli occhi dell’amore. Che tornerei in quella camera che odorava di mobili vecchi e muffa, per regalartelo ancora e sempre.
Che mi ubriacherei ancora e ancora dei tuoi baci mentre travasi il vino in cantina.
E m’insegnavi a riconoscere le piante. Mi guidavi lungo i campi fino a raggiunger un punto in cui in si vedeva una parte di case in lontananza e io mi cibavo del tuo amore e dei tuoi racconti.
Eri amico di tutti, in pace con tutti. Ovunque andavamo era una festa. Mi sono sentita sempre accolta e benvoluta. Che belle persone che ho conosciuto. E chissà, se oggi è ancora così. Per un po’ , dopo te ho continuato ad andare, fino a quando a malincuore non ho dovuto vendere casa.
E manca, quanto te, più che mai. Specialmente in giorni come oggi, quando il ricordo si fa più forte.
E benché sia forte la tentazione di tornare, anche se per un giorno soltanto, il cuore è combattuto perché muoio dalla voglia di andarci, ma so che inevitabilmente morirei travolta dai ricordi.
E dall’impossibilità di riaprire quella porta e comunque non trovarci più nulla come prima, le cose, tanto meno le persone , tanto meno te.
Di vedere la campagna cambiata; da quanto mi hanno detto hanno costruito. Non sarebbe più come ricordo e forse farebbe ancora più male ; un’altra constatazione che niente è più come prima, dopo te e invece tutto è rimasto uguale dentro me, anche il mio amore.
E fa male trattenerlo dentro tutto questo amore.
Niente fa più male di un amore che non si può gridare, ne raccontare, mai più vivere.
Buon ferragosto amore, dovunque e comunque tu sia, o con chiunque tu sia, se esiste un posto dove ancora stai.
E un posto c’è sicuramente ed è dentro al mio cuore .. per sempre… ❤️ ❤️ ❤️ Patty

