Questo blog nasce come una sorta di diario segreto.

Molto più personale e introspettivo, non nasce ne per essere giudicato, ne per essere compreso o frainteso.

ognuno è libero di inetrpretare, ma solo noi stessi conosciamo il vero senso di quello che scriviamo e l'attimo nel quale è stato fatto e perchè ...

un viaggio nell'etere di pensieri ed emozioni profondi... uno specchio dell'anima,come il titolo recita ...

venerdì 15 agosto 2025

Dettagli

                Dettagli

Ci sono cose che, mentre le vivi non le noti.

A volte abbiamo le cose sotto gli occhi e ci sfuggono quei dettagli, quelle sottigliezze che fanno la differenza. 

Quando te ne accorgi spesso è tardi per rimediare. Non sempre possiamo cambiare le cose però, ma si può tentare. 

Così oggi, ,mentre digitalizzato vecchie foto, mi sono imbattuta naturalmente in quelle di nostro figlio da piccolo.

In molte ci sei tu, che giochi con lui, che stai con noi.

A parte quelle in cui è neonato dove non c’è carattere, già dai primi mesi si nota che è un bambino dolce e solare.

Nelle foto con te ti guarda innamorato.


Non è una cosa che sento io, chiunque vedesse quelle foto si perderebbe nei vostri sorrisi complici.

E anche dove non sei,  nella stragrande delle foto i suoi occhi sono radiosi, la bocca sempre aperta in un sorriso.

Come per tutti i bambini molte pose sono curiose, spiritose.

Man mano che scorrevo nelle foto però a un certo punto ho notato quel piccolo dettaglio che mi ha costretto a tornare indietro e a rivederle più volte.

È cominciato tutto da una foto in cameretta. Dicembre 1997, dice la foto. Lui ha appena un anno e mezzo.

Guardo a fondo nei suoi occhi, il sorriso è forzato, troppo per un bambino così piccolo. I suoi occhi non ridono più.

Vado avanti, tutte così le foto, raramente qualcuna mi riporta il bambino delle foto prima.

Resta il sorriso e la dolcezza, ma gli occhi non sono gli stessi.

E allora torno di nuovo indietro. Cosa mi sfugge?

Vorrei essermi sbagliata, forse è soltanto un’impressione.

Ma ce n’è una in particolare che, come un fulmine, m’illumina.

Hai presente quelle foto che solo guardandole sanno raccontarti tutta la storia? Una di quelle foto che qualunque fotoamatore come me vorrebbe scattare almeno una volta nella vita.

Siamo a scuola, c’è una recita e lui, in mezzo a tutti gli altri bambini, alza una mano e saluta gioioso, si solleva sulla sedia per farsi notare.

Mio figlio. Non fosse per la foto giurerei che non è lui.

Avevo rimosso. I ricordi delle sue recite sono sempre svogliati. Per due anni di seguito addirittura si metteva a piangere e io uscivo frustrata da quelle recite con la fotocamera in mano spenta troppo presto per non riprenderlo mentre piangeva.

Ma quella volta no. Prendo gli occhiali per leggere da vicino,

 per guardarla meglio. Avvicino la foto alla luce della finestra. 

Si, è lui, deve essere il primo anno di asilo, a Natale.

E all’improvviso tutto diventa chiaro 

Quel giorno c’eri anche tu alla recita. Come ho fatto ad essere così cieca, a non capire. Essendo così piccolo non so se fosse consapevole in pieno del perché dei suoi comportamenti.

Un bambino non si fa domande, un bambino è così o lo diventa e non sa relazionarsi nelle mancanze.

Come diventa chiara e dolorosa la consapevolezza di quel sorriso appena accennato e gli occhi spenti. Tu ti ammalavi, tutto cambiava. E per quanto ci si voglia sforzare di non fare trapelare i nostri disagi ai nostri figli i bambini sono spugne che assorbono tutto.

E lui ti adorava, come del resto io. Perché eri un papà meraviglioso, che persino nella malattia ti alzavi la notte a darmi il cambio per cullarlo. Le sue piccole manine strette dalle tue così grandi e forti in quella foto in carrozzina e non posso più trattenere le lacrime.

Lui ti amava si, più di quanto amasse la sua mamma.

Quando i primi tempi lo lasciavamo all’asilo e lui straziato voleva tornare a casa, pregava la maestra di tornare dal papà, non nominava la mamma.

Si sentiva già grande e invincibile con il suo “papi”.

E grande lo è diventato davvero, di colpo e troppo in fretta quando ti ha perso.

Dicono che l’ho cresciuto bene, è vero, ne sono fiera, ma il merito non è mio. Sono convinta che da lassù non l’hai mai lasciato.

Eppure, credo che nel suo inconscio di bambino si sia sentito tradito dal suo “papi” che se n’è andato.

Tradito da Gesù, chiuso in una foto e nel suo egoismo quando appresa da me la notizia quel triste giorno è corso a pregarlo di farti tornare, come può fare un bimbo di quattro anni che non conosce la parola morte. Deluso da me, dal mio rapportarmi a lui come in un grande perché non volevo nascondergli nulla e dalla mia apparente freddezza trascinata negli anni per fargli meno male. Per finire forse a fargliene di più.

Perché forse voleva dimostrarmi di essere forte altrettanto 

Lo stesso sbaglio che feci con te, quando ti ammalasti e mi vestivo di bugia per non compiangerti, pensando di farti forza. Ma chissà che una volta non avresti voluto che piangessi in silenzio con te.

Avrei fatto meglio a mostrargli la mia vera me, la mia fragilità per permettere la sua. E così con te.

Resta il fatto che da allora non ti ha mai più nominato, né chiesto mai di te. Il suo dolore si palesava solo al cimitero, quando si metteva davanti la tua foto e cominciava a parlarti come fossi vivo. Un bambino di 4 anni. 

Quanto può reggere un cuore duro? Ho smesso di portarcelo e ho smesso di andarci anche io.

E ancora ho sbagliato.

Oggi è un uomo e ancora oggi lo vedo sfuggire il tuo ricordo. Ma non parlo di quei pochi flash che avrà in memoria, se ancora li ha.

Mentre io riesco a parlare di te, anche se il dolore non è sopito, lui si chiude, non mi chiede mai di te, si allontana se per qualche motivo tiro fuori una foto, si estranea davanti a un racconto, al ricordo.

Prima che se ne andasse a vivere da solo, gliel’ho chiesto.

Gli ho chiesto il perché non mi domandasse mai del suo papà.

Mi ha risposto che preferisce non toccare l’argomento, perché si accorge che io soffro e non vuole vedermi soffrire.

E in parte è vero. Lui sa vedere nei miei occhi quanto io nei suoi.

E i suoi non mi dicono tutta la verità.

Il vero rifiuto è alla sua di sofferenza. Sapere, non solo attraverso me, quale persona meravigliosa fossi tu e non avere avuto la possibilità di viverti, di non aver conosciuto quello che eri tu, nell’età giusta per ricordarti con amore. Che non si domanda come sarebbe stato altrimenti perché in cuore suo sa che è inutile, tanto non è. Gli resta l’amarezza che conoscono tutti i bambini a cui sono state tolte le radici, quando ti senti come se mancasse una parte di te e non sai quale.

E la cosa peggiore è che questa cosa l’hai dentro senza esserne consapevole. E non si guarisce.

E non basta ricordargli che l’ultima telefonata il papà l’ha fatta per lui, senza voce e senza respiro ormai.

Non posso raccontargli dei pugni di rabbia e sconforto sul letto di morte mentre invocavi il suo nome e lo strazio del mio cuore. Le volte che lo hai raccomandato a tutti, in particolare a suo fratello più grande.

Se c’è stato un ultimissimo pensiero prima di lasciare questo mondo sono convinta che non è stato per me, ma per lui.

E il tuo compito non è finito con te, ma è proseguito anche dopo, specialmente dopo. 

Mi sento in colpa per non essere riuscita a farlo sorridere ancora nello stesso modo, in colpa per aver nascosto il mio dolore che lo ha costretto a fare altrettanto fino a chiudersi totalmente. Fino forse ad avercela con te. Te che eri il suo eroe, il suo primo amore.

Mi sento in colpa anche se so che quanto ho fatto l’ho fatto in buona fede e cercando di fare del mio meglio, sempre.

Vorrei farti tornare e per me, ma anche per lui, per rimettere le cose a posto, per ridarlo quel sorriso che oggi ha ritrovato, ma non verso te, per colpa mia, solo mia ed è un’altra cosa che riuscirò a perdonarmi, solo se verrà un giorno che lui mi perdonerà e che mi perdonerai tu.

Intanto le foto scorrono, come scorre la vita e io l’avrei fermata in una casa di campagna. Lui su uno sgabelletto davanti al vecchio camino, lo sguardo e la risata sincera, mentre indica te che t’intravedi appena inginocchiato in terra vicino a lui e vorrei entrare nella foto per fermarmi a ridere con voi, invece di scattare.

Che all’improvviso mi sembra di odiare questa mia passione, che mi ha impedito di vivere quell’attimo nell’eternità, patty


Nessun commento:

Posta un commento