Questo blog nasce come una sorta di diario segreto.

Molto più personale e introspettivo, non nasce ne per essere giudicato, ne per essere compreso o frainteso.

ognuno è libero di inetrpretare, ma solo noi stessi conosciamo il vero senso di quello che scriviamo e l'attimo nel quale è stato fatto e perchè ...

un viaggio nell'etere di pensieri ed emozioni profondi... uno specchio dell'anima,come il titolo recita ...

domenica 17 agosto 2025

INUTILMENTE

 INUTILMENTE


No, che non sarei sincera, se ti dicessi che sto provando a

lasciarti andare.

Anzi è l’opposto, più passa il tempo e più non riesco a minimizzare il tuo ricordo.

Continuo a dire che è sbagliato, che faccio male a chi mi è accanto e non lo merita, continuo a dirmi che così sto rinunciando a vivere, che mi faccio male, che sto male.

E soprattutto faccio male a te, che a causa mia non riuscirai a trovare la giusta pace dove sei.

Continuo inutilmente a chiederti perdono, a te e a Dio per la mia debolezza. Convivo con i sensi di colpa che mi divorano. Sono consapevole che tutto questo potrebbe portarmi ad essere condannata nell’eternità a perderti davvero.

Mi dico che l’amore vero deve essere capace di lasciare quando è necessario, quando è giusto, quando è ora.

Tutto vero, tutto giusto, solo fosse così facile.

I miei complimenti a chi riesce, a chi ce la fa.

Probabilmente sono molto più fragile di quanto pensassi.

Oppure no. Sei tu, che sei molto più forte. Tu, più forte del tempo che passa, più forte dei miei propositi, più forte, dentro e fuori da me, del mio amore stesso.

Ci saranno pure altre persone nel mondo che vivono questo sentimento come me, non credo di essere l’unica.

Sono quelle che non ti dicono che sei patetica, quelle che silenziosamente piangono, che gridano aiuto senza la voce. 

Bisogna entrare nei panni altrui, con i fatti e non con le parole, e allora capiremmo.

Tutti siamo buoni a consolare, a consigliare, a rimproverare, tutti, finché una cosa non la viviamo in prima persona.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E i proverbi non nascono a caso.

Cosa vuoi che ti dica: Non ti penso più, sei lontano anni luce, oggi saresti vecchio, comunque forse morto ugualmente, trovamela tu la bugia giusta, l’alibi che può tenermi lontana.

Non è vero che non torni. Torni sempre, ogni momento che ti penso, non è vero che sei andato, io ti vedo e ti sento, con il cuore e nell’anima.

E ci sei, rimasto per sempre fermo nel tempo e nella distanza, dato che Dio non ci ha concesso di vivere il tempo oltre.

Forse è quello che mi manca.

Hai presente quando vedi un bel film e resti a bocca asciutta perché s’interrompe sul più bello? Un libro cominciato e mai finito?

E non saprai mai cosa sarebbe accaduto dopo, Cominci a leggere, vieni travolta dalla storia, poi improvvisamente pagine vuote, una dopo l’altra, continui a sfogliarle, incredula, solo per trovarci nell’ultima la parola fine. Fine, punto.

Anche se tutto il senso era già scritto in quelle poche che hai letto.

E appunto tu, il senso di tutto. Chi me l’avrebbe mai detto.

Tu eri di più. Più di quanto potessi desiderare.

PIU’, scritto in maiuscolo.

Non si può gettare via le persone come fossero bambole rotte.

Non si cancella con un colpo di spugna chi per noi è stato PIU’

Più di quanto, di dove, di quando, di come, di tanto, di tutto.

Più di tutte le parole che non riesco a trovare.

Tanta roba, si dice a Roma per descrivere qualcosa di eccezionale.

E solo chi ti ha vissuto come me, può capire di che parlo.

È vero, parlo con gli occhi dell’amore, ma tu eri più anche del mio sguardo.

Come spiegare cos’è la concretezza, il coraggio, la dolcezza, il gioco, la sicurezza, l’affidabilità.

Come si racconta un sorriso, un abbraccio, un bacio che rapisce il tuo essere.

Quanti romanzi servono per far sentire a chi legge, cosa provavo quando stavo fra le tue braccia.

Quando mi affidavo a te ciecamente, perché finché c’eri tu a guidarmi non potevo sbagliare, ero al sicuro, dovunque a casa.

Non dipendevo da te, perché m’insegnasti la libertà, camminavo con te.

Camminavo nella luce, tu eri il mio faro. 

Mi sentivo la tua donna, la tua principessa.

Senza bisogno di castelli in aria. Non avevo bisogno di nulla, tu bastavi e avanzavi, il resto era superfluo.

Il ricordo si fa presenza mentre ti racconto.

Se potessi me lo strapperei da dentro, come ha fatto Dio con la costola di Adamo quando ha creato la donna, per riportarti da me, ma io non sono Dio e Lui ti ha preso con sé, ti ha voluto per Lui.

Fin qui tutto normale, tocca a tutti.

Mi resta un rimpianto che non potrò mai perdonarmi.

Quello di non averti tenuto le mani quando soffrivi, quello di non averti detto quello che davvero sentivo per te, invece di scrivere e parlarti adesso che è tardi.

Quando ti sei ammalato la maschera che avevo indossato per farmi coraggio più a me che a te, si era impossessata di tutto il mio essere, impedendomi di essere vera, illudendomi che così facendo scacciavo il fato tremendo che ci attendeva. Perché mi rifiutavo di leggere nei tuoi occhi lo sconforto e la paura, né volevo mostrarti i miei; sapevo che ci avresti letto la verità.

E io fuggivo dalla verità, anche adesso, immaginandoti ancora con me.

Mi fanno male quelle notti in ospedale, tu moribondo e io china sulle parole crociate. 

In realtà non le facevo, ascoltavo il rumore sempre più flebile del tuo respiro, il mio cuore si faceva pesante come quel soffio di vita che con tutte le forze cercavi di trattenere.

Non riuscivo nemmeno a piangere.

Era diventato pesante persino chiamare l’infermiera per farti dare il calmante, che ormai chiedevi in continuazione.

Perché mi pesavano le gambe, tanto quanto il cuore, per arrivare fino all’infermeria.

Così come mi è pesata quella mano che non ha mai preso la tua. Perché? Quanto fa male adesso.

Tanta durezza per cosa? Tutto, inutilmente, se invece penso a quanto ti amavo, ti amo, che avrei dato la mia vita al posto della tua, anche se non era giusto.

E ho pregato, lo ricordo, l’ultima sera, affinché finisse tutto questo.

Ho pregato la Madonna di guarirti o di farla finita, perché non potevo più sentire il tuo dolore. Dico sentire, non vedere, perché io lo sentivo, con tutto il mio essere, quasi fossi stata te. Sapendo che l’opzione più plausibile costava il mio dolore, per sempre, ho offerto il mio perché finisse il tuo e sono stata esaudita.

Avrei preferito diversamente, ma i miracoli non sono per tutti.

Forse io non ne ero degna. Tu lo sei stato, se crediamo nella luce di Dio.

Ti soffio un bacio, ovunque tu sia.

E se non sei, lo soffio dentro me, che non c’è dubbio che lì sei, per sempre …                        Patty


                                  












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