Questo blog nasce come una sorta di diario segreto.

Molto più personale e introspettivo, non nasce ne per essere giudicato, ne per essere compreso o frainteso.

ognuno è libero di inetrpretare, ma solo noi stessi conosciamo il vero senso di quello che scriviamo e l'attimo nel quale è stato fatto e perchè ...

un viaggio nell'etere di pensieri ed emozioni profondi... uno specchio dell'anima,come il titolo recita ...

giovedì 4 dicembre 2025

 


La nostra vita è piena di rimpianti.

Arrivati a una certa età ormai non troppo vecchi, ma abbastanza grandi per i bilanci, viene spontaneo giungere a delle riflessioni sulla propria vita.

Nel mio bilancio, forse alla fine sono in pari, tra le cose che rifarei e quelle che invece, se potessi tornare indietro non farei.

Tra queste ultime ci sono anche quelle che non scegliamo noi, ma che accadono perché così deve essere. Ma ogni scelta, ogni accadimento della nostra vita, porta con sé le sue conseguenze. E lentamente, nel tempo, forma quello che siamo, in bene o in male.

Tra quelle che rifarei, sicuramente ci sei tu, tutta la nostra storia, nostro figlio. E non tornerei indietro di una virgola, almeno finché ci sei stato. E dico che già da sola, la nostra storia e il nostro amore mi ripaga di tutti i rimpianti e di tutte le amarezze.

L’altra è rivivere la mia infanzia, quella con mia madre ancora viva.

Perché a differenza di molti bambini, per tanti anni sono stata coccolata e viziata e ho avuto intorno persone che mi hanno amato, che resteranno per sempre nel mio cuore.

Tra gli accadimenti che non ho scelto ci sono purtroppo i lutti. Il tuo e quello di mia madre, che hanno segnato delle svolte nella mia vita che non ho scelto, che hanno segnato come uno spartiacque la mia vita di prima e quella di dopo. E ahimè, purtroppo entrambe in negativo.

E il destino non possiamo cambiarlo, non almeno quello che divide la vita dalla morte.

Nel caso di mia madre, ero troppo piccola per scegliere come affrontarlo.

Mi sono trovata costretta a subire le scelte di mio padre.

E forse è una delle cose che non sono riuscita mai a perdonargli.

Anche se la vita ci riserva sempre delle sorprese e nel senno del poi, oggi vedrei le cose sotto un’altra luce.

Anche perché si cresce e quando succede che da grande ti ritrovi a scontrarti con una realtà simile, molte cose le vedi diversamente.

Anche se non posso dire che la nostra storia, ricalcando su certi lati la sua, sia uguale.

Ci sono delle differenze importanti e sostanziali che ci separano. Ma non è di questo che voglio parlare.

Ma da questo nasce il primo rimpianto. Quello che mi porterò dentro a vita.

Di non essere riuscita a parlare con lui, ad aprirmi.

Parlarci non più come quella figlia rancorosa che non riconosce più suo padre, ma da pari a pari,

dirgli che alla fine non m’importa, che ho perdonato, accettato e che gli ho voluto bene, anche quando credevo di odiarlo e che mi ha fatto male più l’indifferenza, quando non riuscivo più a sentire nulla, chiusa nello scudo che mi ero costruita.

E l’unica cosa che contava per me era sapere che infine fosse stato felice. Farlo andare via in pace, senza i sensi di colpa che ci portiamo dietro.

Un altro rimpianto è aver lasciato la scuola.

Ero bravina. Paradossalmente i miei fratelli, alcuni, che se la cavavano meno bene hanno terminato gli studi. Io no.

Non ho vissuto un’adolescenza facile. La mancanza di mia nonna, le cose che a casa non andavano, la testa presa dalla prima “cottarella”. Tutto ha contribuito ad allontanarmi, nonché il fatto che la scuola non mi piacesse per niente e l’avevo scelta solo per non ricadere nell’errore delle troppe seghe fatte l’anno prima, nell’altra scuola, dove fui bocciata per le assenze. E per una brava a scuola è già di per sé uno smacco che difficilmente riesci a mandare giù.

Cosa mi sarei aspettata continuando? Un'altra vita? Un altro lavoro? Un altro destino? Chi lo sa, nessuno può saperlo. Sarei stata peggio, meglio? Ti avrei comunque incontrato? Mia nonna diceva sempre che, quando due persone sono destinate non c’è nulla che possa dividerle. Ma l dubbio che quella scelta abbia condizionato il mio futuro resta.

Anche se io, in questo momento non avrei voluto altri che te.

E non sputo nel piatto dove mangio, da una vita ormai.

Un altro rimpianto, non lo chiamerei rimpianto. Piuttosto è creato dalla consapevolezza e dall’amarezza che il tuo mondo non era te. Non verso me, almeno.

Hai lottato in tutti i modi per farmi accettare come avresti voluto e io con te. Sono arrivata ad annullarmi per il nostro amore e non lo rimpiango, ti ho amato e ti amo così tanto che per te farei ancora pazzie.

Ma non sei riuscito nell’intento. Non sono mai riuscita a sentirmi pienamente parte del tuo mondo. Non perché non lo volessi e dio sa quanto di me ci ho messo, quanto entrambi ci abbiamo messo. Tanto amore contrapposto alle apparenze, alla falsità. Tanto che alla fine ho finito per indossare una maschera cucita a vita sulla pelle ed essere finta anche io.

E questo è il rimpianto più grosso che ho.

Perché sapevo benissimo, che le cose dopo te, sarebbero cambiate. E mi è mancato il coraggio della cattiveria. Mi è mancato pretendere ciò che era mio e mandare tutti a puttane.

Mi è mancato il coraggio di cambiare. Casa, lavoro, gente, persino città, fosse stato necessario. Mi è mancato ricominciare, reinventarmi, dare un taglio al nostro amore e al nostro ricordo. Costruire un domani diverso, per me e per mio figlio, magari peggiore, non potrò mai saperlo.

Ma comunque lontano dalle falsità. Da chi ti fa sentire un peso invece di amarti. Da chi continui ad illuderti di essere , se non amata, almeno rispettata come tale.

Non è un discorso generico, nel tuo mondo c’è anche del buono, qualcuno che oggi è uguale a te e a me, E per questo non ben visto.

Perché le persone vere e che amano in questo mondo non sono ben viste.

E in fondo la bibbia, ci insegna che Abele è morto per mano di Caino.

E gli uomini, me compresa vengono da colui che è rimasto,

Per questo non mi erigo a santarella, anche io ho le mie colpe.

Una è quella di averti sempre taciuto la mia sensazione. Ma, quando ti ho sposato ero consapevole di quello che andavo incontro, eppure ti ho scelto e con te ho scelto tutto il tuo mondo, anche se non mi convinceva, malgrado tutti gli sforzi tu avessi fatto. E lo sai, nel senno del poi, ancora, rinuncerei a me per il tuo amore. Perché davvero tanto me ne hai dato.

E ti sei portato con te, tutto quello che mi hai celato, per non ferirmi. Forse per paura di perdermi.

E non te ne faccio una colpa, tanto non sarebbe cambiato nulla.

Nemmeno quella di avermi tutelato di più. Ti sarebbe costato una guerra con tutti. E sarebbe stato vana tutta la lotta per farsi accettare, mi avrebbero odiato ancora di più.

E poi non avrei voluto. Tu dovevi andare via in pace.

E so, perché ero presente che le ultime raccomandazioni a tutti sono state per nostro figlio. Che allora era solo un bambino. E forse, suo malgrado, è il motivo per il quale mi è mancato il coraggio di cambiare,

Perché dovevo pensare prima a lui. Era la priorità in quel momento.

E anche per tenere fede al nostro amore, a te, e a tutto quello in cui credevamo.

E sono scesa a compromessi, mi sono piegata, umiliata, ho fatto di tutto per tenere in piedi quel poco di vero per cui valeva lottare. Per nostro figlio, prima che per me e per il tuo ricordo. E ancora oggi, a tanti anni di distanza da quando sei mancato.

E scopro che ancora oggi mi fa male. Che alla mia età sarebbe ora di prendermi le mie rivincite, di uscire da questo circolo vizioso, prima che arrivi la resa dei conti.

Di concedermi il lusso di mettere per una volta tutto il resto, compreso te e nostro figlio. Un atto di sano coraggio che devo a me stessa, per non morire domani almeno con la dignità che mi spetta.

Solo, che è più facile dirsi che a farsi. Perché sono prossima alla pensione, ma ancora lontana e significherebbe mandare all’aria tutta una vita, compreso le cose belle.

E avrei dovuto farlo prima. È giusto adesso?

E mio figlio il prossimo anno sposa. Non voglio metterlo davanti a tante realtà che in qualche modo percepisce e qualcosa sa, ma dovrei creare una frattura che diventerebbe insanabile anche per lui.

E non vorrei che scambiasse la mia amarezza, finendo di addossare a te le colpe per non averci tutelato come dovuto.

Io so, quanta bontà c’era in te, quanto siamo simili, quanto entrambi se avessimo voluto avremmo potuto. Ma se non sei portato per divisioni e odio, non lo sei e basta.

E nemmeno immagina, quando borbotta, quanto ti somiglia. Che lui fa proprio come te, anche con Beatrice, bu bu bu e poi finisce per fare ciò che lei vuole.

A volte t’immagino, che ti rivolti nella tomba, che non ti dai pace, dove sei. Per quante cose sbagliate avrai visto da lassù.

Anche da parte mia, che anch’io ho i miei sbagli e i miei tradimenti da farmi perdonare, anche se di altra natura.

E sempre da parte mia che non riesco a lasciarti andare, E sai perché?

Perché in fondo ho solo te. Vivo o morto, comunque solo te, da una vita ormai.

Che non mi va di angustiare né i miei fratelli, ne le mie amiche, tanto meno nostro figlio.

Lui, per i motivi elencati sopra. Gli altri, perché oltre a non conoscere bene tutta la situazione non è giusto vengano a conoscenza di qualcosa che ho lottato per tenere nascosta, malgrado molto si veda anche dal di fuori.

E infine c’è l’ultimo rimpianto. Il mio compagno.

Ho sbagliato, non dovevo cercare un’altra storia, un altro amore.

Ho sbagliato verso te e alla fine ho sbagliato anche con lui. Se non riesco ad amarlo quanto merita.

Ma soprattutto ho sbagliato con me stessa. Perché non era quello giusto per me. Forse che nessuno lo sarebbe stato dal momento che continuo ad amare solo te.

Ho sbagliato a illudermi di potermi rifare una vita.

Forse, inconsciamente cercavo proprio quel conforto a tutta la situazione in cui ero rimasta intrappolata e ho finito per incatenarmi del tutto. A un amore che non sento. Ai sensi di colpa.

A un uomo buono, che mi ama, ma non riesce a darmi nemmeno l’ombra di quello che tu eri capace.

E non è per fare paragoni. Avevo un uomo e accanto mi ritrovo un bambino, tutto qua e non c’è altro da aggiungere.

Cercavo un padre per mio figlio e mio figlio ha finito per essere suo padre.

Ed ecco, che tornando a me, non mi viene voglia di raccontarli nemmeno a lui, i miei problemi.

E hai ragione te. Che mi sembra di sentirti: “E allora che facciamo, mi angusti ame? E io che posso farti adesso? “

E in un sogno mi hai abbracciato e detto pure.

Poi dicono che i sogni sono il nostro inconscio. Sicuramente in parte è vero. Ma chissà perché i miei in un certo qual modo rispecchiano sempre la realtà, di cose accadute e/o che succederanno.

E comunque hanno sempre il loro significato.

Forse dipenderà dalla mia sensibilità. Oppure appartengo a quella categoria, per chi ci crede, di quelle persone che hanno delle premonizioni, che il più delle volte poi sono vere.

E forse un po' ci credo anche io, visto che mi accade sin da bambina.

Ecco, siamo vicini a Natale e quanto vorrei che questo Natale fosse davvero siamo tutti più bravi e più buoni, come nelle favole.

Come quando da bambino aspetti babbo Natale e metti la letterina sotto il piatto di papà con tutti i propositi migliori.

Come quando esci da una Messa e per alcuni minuti ti senti diverso, peccato che dura poco.

Come quando è arrivato il Covid, che ci doveva far diventare tutti migliori e invece guarda in che razza di mondo siamo finiti.

Cinici, spietati, egoisti, assassini. O forse è sempre stato così, ma te ne rendi conto dolo quando invecchi, perché prima sei troppo preso a vivere, senza nemmeno accorgerti di quando sei felice.

E vorrei andare a una cena di Natale con un altro spirito, invece di costringermi a fingerlo per compiacere nostro figlio.

E mi spiace amore, ma senza l’amore, quello vero non è più Natale.

E se ancora c’è Natale, per me lo devo a te, all’amore che mi hai lasciato quando abbiamo scelto di metterlo al mondo.       Patty

 

 

 

 

 

 

domenica 30 novembre 2025

Vorrei riviverti, così.

Quanto dolore nelle conferme

Se ci sei, se vedi se sai. Sai tutto. Come sai che ultimamente stiamo cercando di migliorare un po’ l’attività che da troppo abbiamo un po’ lasciato andare a sé stessa.
E non puoi più rivoltarti nella tomba, né tu né Gino, per quante cose non sono andate come avreste voluto e che sono state trascurate. Nemmeno per tutte le ingiustizie. 
Che ormai non siete che ossa, ahimè. Ma chissà che in questo caso meglio così, almeno per voi. E largo alle nuove generazioni.
E non c’è niente da fare, nella vita tutto passa.
Che ci piaccia o meno. Anche il pensiero. Ognuno ha le proprie vedute.
I conflitti tra genitori e figli non sono che l’esempio del cambiamento. Che poi sia meglio o in peggio è da vedere.
E la mentalità cambia. Si evolve anche influenzata dai media, dalla società. Però in fondo la società siamo noi.
E non sempre l’esempio è sufficiente. 
A volte colpevolizziamo i genitori per i comportamenti dei ragazzi, ma non sempre è così. Oppure diamo loro il merito e anche qui non sempre è così, a volte è una questione di fortuna.
In ogni modo ho detto centomila cose  per dirne una sola. I nostri figli non sono noi.
E quindi le idee che hanno oggi quei “ragazzi” ,che hanno preso il vostro posto non saranno mai uguali a voi,e per bravi che sono, non sono voi.

Voi eravate un’altra pasta. Perché purtroppo i proverbi non sbagliano. Quando trovi la pappa pronta, non sai cosa vuol dire guadagnarsi la “stozza”. 
E pecchi di superbia, di superficialità e a volte di arroganza.
Poi c’è chi ci nasce. E questo è un altro discorso. Non c’entrano nulla né il tempo, ne la società, ne le idee. È caratteriale e se sei una brutta persona lo sei e basta.
Sia che hai vissuto cento anni fa, sia che vivrai tra 50 anni.
Una cosa è certa. Si sono persi troppi valori. In primis il rispetto. L’amore per il prossimo.
Però non bisogna confondere le due cose.
L’amore, il bene, la simpatia, la tenerezza, la complicità sono sentimenti che non possiamo comandare, ma nemmeno pretendere. Se non andiamo a genio a qualcuno, non possiamo obbligarlo ad amarci, possiamo fare i simpaticoni quanto ci pare, ma se a quella persona non piacciamo possiamo fare anche i salti mortali. Non piacciamo e basta.
E spesso la cosa è contraccambiata. Ci sono persone che non possono vedersi a pelle, senza un evidente motivo.
Alcuni conoscendosi più a fondo poi finiscono col ricredersi e a volte diventano  persino come fratelli.
Anche io, ad esempio, m’innamorai di te che all’inizio giudicavo burbero e distaccato.
Ma il rispetto è un’altra cosa. Il rispetto lo si deve a tutti. E si può pretendere di averlo. E sarebbe giusto che come mi tratti, ti tratto.
Sicuramente i ruoli sono importanti. Se sei mio padre, alcuni atteggiamenti non sono accettati, quando superano un certo limite. Fino a un certo punto, però. Perché se sei un padre che alza le mani su mia madre, che per primo non m’insegna il rispetto, indubbiamente non potrò che confrontarmi con te in eguale modo. E a forza di cercare di essere gli amici dei nostri figli, credendo di guadagnarci così la loro fiducia, abbiamo finito per invertire i ruoli. La stessa cosa a scuola con i professori a scuola. Difendiamo a spada tratta i nostri figli, e così facendo permettiamo loro di prendere il sopravvento. E alla fine il professore ha le mani legate.
E poi ci domandiamo perché oggi un ragazzo davanti a un rifiuto è capace di uccidere.
Ho fatto un discorso generale che nulla a che vedere con ciò che sto provando adesso, ma mi serviva per introdurre tutto il discorso. Quello sul rispetto e sull’amore.
E mi spiego cosa c’entra tutto questo con la nostra attività.
La chiamo la “nostra” perché in realtà non l’ho mai sentita mia, benché fosse la tua. E perché in realtà al momento attuale davvero non è più mia.
Spesso mi rimproveravi di non interessarmi troppo delle decisioni che si prendevano, di restare in disparte benché fossi presente. Gli ultimi tempi, forse perché ti sentivi già qualcosa, mi spingevi ad intervenire quando il geometra veniva con la mappa a illustrare il progetto del bar, che ahimè non hai avuto la fortuna di veder nascere.
Ma era più forte di me. A volte mi costringevo a partecipare, per farti contento, ma io non mi sentivo parte di tutto questo.
Oggi ho capito che lo facevi per me. Volevi addossarmi l’importanza che avrei meritato. 
Ma vedi amore mio, le cose le senti a pelle a volte. Come ho detto prima.
Il nostro amore è stato sempre combattuto. Per la differenza di età, ma soprattutto perché ero scomoda.
Venivo a rompere le uova nel paniere a troppe persone, specialmente davanti agli interessi. E non a caso, appena prima di sposarci ci fecero fare la divisione dei beni. E sai che nuova c’è. Che è vero, un po’ ci rimasi male. Ma non perché m’importava niente di quelle quattro mura o dell’attività in sé stessa. Ma era l’ennesima conferma che non mi sbagliavo.
Successe uguale ad Anna, con tuo figlio Giuseppe, ricordo che la trovai a piangere sulla soglia di negozio.
E magari è vero anche che lo si fa anche per le tasse. E ti dico di più. In tempi come questi, dove ci si lascia anche per delle stronzate lo trovo persino giusto. Ma nonostante tutto so che già la parola in sé stessa contrasta con la parola amore.
Malgrado ciò, io ti amavo a prescindere. E in fondo capivo che avevi anche due figli da tutelare e per cui, dal tuo punto di vista, anche se fa male, nulla da obiettare.
Che poi, nel nostro caso, purtroppo è decaduta. Che non sapevo che in caso di morte decadeva. E dovrei dire per mia fortuna, ma vaffanculo. Io non volevo le tue cose. Io volevo te.
E purtroppo, ancora oggi, continuo ad avere la conferma che per tutti sono ancora quella stronza opportunista che è entrata nelle tue grazie per interessi.
E non frega un cazzo a nessuno se sto qui ancora a piangerti.
Come ho detto prima non possiamo pretendere amore.
Mi spiace dirtelo amore. E lo so, in fondo per sposarci ti sei dovuto rompere una mano. Ma oggi so, che qualcuno mi ha apprezzato e capito, ha creduto nel mio amore sincero e quel qualcuno oggi ha tutto il mio amore e la mia stima.
Ma ahimè, c’è stata anche tanta falsità. Tanta costrizione.
E sono convinta, che tu, dentro te, lo sapevi, e hai sempre cercato di nascondermi le cose per non ferirmi. Perché mi amavi e a te per primo facevano male.
Ma per il nostro amore dovemmo scendere a compromessi con tutto questo.
L’alternativa era una scelta che avrebbe finito per minare il nostro amore.
Ma noi, ci amavamo troppo per rinunciare. E tutto il resto al diavolo. 
Eppure sono stata felice. Eppure c’è stato un tempo in cui ci ho creduto, che le cose fossero cambiate. Un tempo in cui davvero mi sono sentita in famiglia, amata e rispettata. E a mia volta ho amato. Dico di più, sto male così, perché ancora amo ed è troppa la delusione di non essere ricambiata da chi consideri ancora quella famiglia che avevi ritrovato e in cui avevi creduto. Perché quando ti ostini a vedere il buono e a cercarlo, continui ad amare, nonostante le evidenze e i dubbi. Anzi, a me capita spesso di colpevolizzarmi, di dirmi che sono io che vedo le cose in modo sbagliato e che mi trascino appresso quell’insicurezza e i sesti sensi di allora. 
Però si sa, il sesto senso, difficilmente sbaglia. E quando sopraggiungono i fatti a suffragarlo, ecco che arriva la pugnalata e non sai più a che credere. Oppure lo sai. Ma ti metti la benda davanti agli occhi. 
Un po’ come succede alle mogli, quando sanno che i mariti le tradiscono, ma fingono di non sapere e non vedere.
Si c’è stato quel periodo. Era ancora viva mamma Rosa e la Peppa. E magari sbaglio. Eppure io, su loro due, ci metto la mano sul fuoco, che ci siamo volute bene davvero.
Come la metto su Marisa. Ma con lei il discorso è diverso. Io non sono stata solo la seconda moglie di suo padre. Con lei siamo come sorelle, amiche. Conosco cose io di lei e lei di me che non saprà mai nessuno.
E non sono stupida. Mi sono di nuovo accorta del cambiamento quando è arrivato Simone. Sorpresa a parte e dissenso comprensibile per la tua età, il problema era ben altro. Perché io potevo essere tagliata fuori, ma per Simone tutto era più difficile. 
Lui, a tutti gli effetti è tuo figlio, tanto quanto gli altri. E quando ti sei ammalato la serpe ha tirato fuori la lingua.
Ma c’è una domanda che mi sorge e mi ha sempre oppresso.
Avrei capito una reazione avversa dai fratelli. Se toglieva qualcosa agli altri, era a loro. E invece la falsità e le avversità le ho percepite da altre fonti.
E infine, quando sei venuto a mancare, la maschera è caduta.
Anche questo fa la morte. Tira fuori la verità.
Perché tutto è cambiato. All’improvviso, giustamente, morto te, non ero più tua moglie.
Anche se restavo il terzo incomodo e Simone il quarto.
E non oso immaginare la delusione di qualcuno quando ha saputo che in morte la divisione dei beni cadeva.
Eppure, io giurerei, che mio cognato Gino, in qualche modo mi ha cercato di tutelare. Perché finché è rimasto in vita lui, le cose erano cambiate, ma non precipitate. 
Mi sorprendeva soprattutto il comportamento di Giuseppe, davanti ai diritti dei fratelli, non tanto verso me, che in fondo non ero sua madre.
Pure gli voglio bene. Io lo paragono a mio fratello più piccolo. E anche quando è stato in casa con me ho fatto del mio meglio per lui. Non per dimostrare amore, non mi serviva. Io gli voglio bene davvero, malgrado mi abbia deluso.
Ma come con gli altri, l’amore non si può pretendere.  Perché anche con Simone, al di là degli interessi c’è stato un periodo in cui era molto freddo. Se n’era accorta persino Beatrice. Ogni tanto glielo faceva presente. Le cose, viste da fuori sono molto più oggettive di noi che le guardiamo col cuore, così succedeva che spesso discutevano perché Simone, come me, si ostinava a difendere Giuseppe e a creargli mille alibi. Ma in cuore mio sapevo che Bea, ci vedeva giusto. Ma non sarei stata mai io a gettare fuoco sulla brace, né in quel caso, nemmeno adesso, ne mai. Perché al di là di una massima evidenza, cercherò sempre di non fare trapelare tutto il marcio a mio figlio, affinché non si debba mai creare quella frattura che tu non avresti voluto, men che mai tra due fratelli- Ultimamente però ho notato che è cambiato nei miei confronti e anche in quelli di Simone. E infine forse si ha bisogno di crescere e diventare adulti per comprendere molte cose.
E in fondo, succede ai migliori fratelli che ci sia un po’ di gelosia.
O chissà che sotto non ci sia lo zampino di Anna. Lei sa che gli ho sempre voluto bene, che sono sincera e che mi fa così male questo distacco. Fa male a me e mi fa male per te. So quanto ci tenevi alla famiglia.

E ho soprasseduto ancora, quante rinunce, quanti pianti, quanta delusione, quanto sensi di colpa sempre accomunati nella convinzione che fossi io a vedere il marcio dove non c’era.
E quanta fatica, cercare di restare a se stessi e non cambiare a nostra volta.
Quanto dolore rendersi conto che ci avevi visto bene, che la tua non era solo una sensazione.
E mi torna in mente una discussione con mia nonna.
Una di quelle volte che veniva a stare da noi.
Premetto che lei ti adorava. Da quando ti conobbe ha sempre straveduto per te.
Non ricordo, per quale motivo, tirammo fuori un discorso sulla sua eventuale morte.
Una sera mi disse:” Ma quando morirò,. chiuderete negozio per lutto?”
Che domanda strana. 
Ricordo che rimasi un attimo zitta. Ho sentito una staffilata nel cuore.
Perché dentro me conoscevo la risposta.
“No” non avremmo chiuso. E non riuscivo a dirglielo. Non riuscivo a dirgli che mio marito pur amandomi non si sarebbe imposto per questo. 
Ma lei mi lesse nel pensiero.
“Scusa” mi disse, “ma tu non meriti il rispetto dovuto? In fondo io sono tua madre. E se muore tua madre non chiudono negozio? Non ci credo che Vincenzo non fa chiudere o non vengono al mio funerale “ 
“Beh, si lo so, però in fondo sei mia nonna, se dovremmo chiudere per tutte le nonne” che risposta del cazzo. E cazzo, aveva ragione lei! E l’ho lasciata di sasso e ognuno tragga le proprie considerazioni sulla mia risposta.
Me soprattutto le considerazioni sul rispetto a una persona che dovresti considerare di famiglia e importante, considerando che nessuno venne al funerale di mia nonna, come avevo previsto, che nessuno chiuse negozio e che tu stavi già male che solo una volta , se non ricordo male sei venuto a trovarla in ospedale. E che quando è morta stavi in ospedale a fare la chemio.
E che se anche fossi stato bene, forse non ti saresti comunque imposto. Perché tu eri come me. Le cose si devono sentire, non si devono imporre. E mia nonna, che per me era mia madre, contava fino a un certo punto, perché fino a un certo punto, contavo io. Zac, altra coltellata.
Poi mi viene in mente, che quando morì tuo suocero, il papà di Ida, tu partisti per il funerale, ma negozio non fu chiuso, nemmeno in quel caso.
E allora qualcosa non quadra. Perché mi sembra di capire che i morti delle tue mogli sono sempre stati morti di serie B.
Io l’ho permesso. Chissà come l’avrebbe presa Ida.
E non vado avanti ad elencare quante cose sono cambiate. 
Siamo ancora una famiglia. Negli eventi soltanto e nemmeno in tutti.
Tanto che la mia famiglia a un certo punto erano diventate le mie amiche.
A lavoro ho cercato sempre di discendere le due cose.
Persino con mio figlio. Io non sono io, i tuoi parenti non sono loro. E forse è stato l’errore più grande che potessi commettere. Non dal punto di vista dei privilegi, ma del rispetto si. E agendo così ho permesso di essere trattata a volte peggio di una sguattera.
E nemmeno questa è la cosa che fa più male. Come non fa male quello che avanzo, anche se ormai sono talmente delusa che a questo punto quando verrò il momento diventerò così cattiva da sorprendere tutti. Perché non c’è nulla di peggio di un buono che diventa cattivo.
E quanto mi dispiace per te. So che mi odierai, che non mi vorresti così. 
E non posso fartene una colpa, se non sei riuscito a farmi amare come avrei voluto.
Ho assistito a scene dove spesso venivi bistrattato e te ne andavi borbottando. Ma questo succede anche nelle migliori famiglie. Mi dicevi che alla fine eri sempre tu, ad avere l’ultima parola. Ma le bugie hanno le gambe corte e io so quante volte hai ceduto.
E tuo figlio Giuseppe e anche Simone sono come te. Tanto fumo, niente arrosto. Come te e come me, amano più il quieto vivere che la guerra e la vittoria. Però chi si fa pecora il lupo se lo mangia.
E adesso, ancora adesso , mi rendo conto di quanto conto poco. Di quanto alcune persone, hanno imparato ad amarmi a seconda le circostanze e quanto mi costa ammettere che mi cuoce dentro.
Non conto come tua moglie e nemmeno come un operaia che lavora da 45 anni con voi.
Ogni tanto c’è uno sprazzo di acccomunanza, ma è palese che c’è un rapporto da 1 a 10.
L’altro giorno, è venuto Edoardo, nostro nipote, il figlio di Giuseppe, con una collega.
Stiamo facendo delle riprese, per cercare di creare un profilo un po' più professionale sui social.
Lo so, per te sarebbe arabo. Tu che non hai conosciuto nemmeno internet. Ti basti sapere che è una forma di pubblicità che serve a fare crescere i clienti. Fidene non è più un paese, non siamo più i soli.  Sapessi quante cose e quanta gente è cambiata .
E adesso si sta più sui social sul telefono che a prendere un caffè insieme. Sono il nuovo passaparola.
Hanno fatto i video giù in laboratorio quasi tutti, tranne i ragazzi appena arrivati. Anche Simone e stava benissimo e Marisa bella spigliata come te. Una volta hanno fatto partecipare anche Lucia e credo che sia stata la cosa più giusta in quanto oggi molto di quel che c’è lo si deve a lei.
L’altro ieri sono tornati, Edo e la sua collega per fare altri video.
Lei mi propone di fare un video con la bomba alla Nutella. Le faccio presente che preferivo un bel video con una bella torta , dove mi toglievo la soddisfazione dopo tanti anni d’ infilarci tutta la faccia e che comunque non mi sentivo preparata, anche perchè ero sporca e non ero molto presentabile.
Lei mi dice che comunque mi sarei sporcata e quindi il problema non sussisteva.
Però è finita che il video , invece di farlo fare a me lo hanno fatto fare a Mattia e Valentino. E vada pure che Mattia è un ragazzetto e magari più presentabile di me a 63 anni. 
Ma Valentino ha la mia età e non sta meglio di me. Ne è più presentabile.
A dire il vero, non è che mi senta molto a mio agio a farmi fare un video da mettere sui social. 
Ma porca zozza, bella considerazione, grazie. E non solo perché sono stata tua moglie e fino a prova contraria per un periodo ipotetica socia della ditta, ma soprattutto perché dal 1980 ho fatto la storia di questa pasticceria, ho dato il sangue e tutta me stessa. Che magari alla fine avrei persino rinunciato. Ma nessuno che avesse pensato che forse non solo lo meritavo, ma era un mio diritto quasi. Invece mi è stato preferito un ragazzetto arrivato da pochi mesi.
E oggi, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Tanto che a un certo punto, sono scesa giù a piangere in bagno.
Perché ho avuto ancora una volta l’ennesima conferma che non sono mai contata nulla. Né come tua moglie, tanto meno come operaia, nemmeno come persona. E che non solo così è stato, ma quasi ci tengono a sottolinearlo.
Edo mi chiede se gli trovo delle foto di Gino e tue.
Intendono forse creare qualcosa che parla dell’attività. E della sua storia. Mi sento orgogliosa, che finalmente sarai ricordato come devi.
Così, ho passato un pomeriggio intero a cercare le foto del vecchio negozio e di te e Gino. Purtroppo di Gino non ho quasi nulla.
Tranne una con me e Anna e un’altra con me e te. Ma non siete col camice, mentre noi si.
Di te ne ho diverse. Ma tu usavi lavorare in canottiera e difatti avevo qualche dubbio che in quelle condizioni sarebbe opportuno metterle. Anche se ritengo che sono quelle più reali per quei tempi. In fondo, allora , tutte le norme igieniche e le restrizioni di oggi non c’erano. Ma oggi siamo tutti bombardati dall’informazione sulle norme che qualcuno avrebbe da dire senza realizzare i tempi in cui sono state scattate le foto.
Poi ce ne sono altre, di cui una con Lucia in divisa, ma sola. E qualcuna con Simone bambino e Davide, una con Giuseppe più ragazzo. Tutte con la vecchia pasticceria.
E infine c’è quella scattata a Rimini , dove vincemmo la coppa per il gelato e là siamo tutti insieme, noi quattro, io Gino, Lucia e tu.
Stamane Patrizia mi dice, come avevo sospettato, che le tue foto sono quelle più belle, ma purtroppo in canottiera ,meglio evitare di metterle..
Le faccio presente che se Edo vuole con i programmi di oggi se vuole può ovviare al problema della canottiera.
Lei però mi fa presente che avrebbe preferito una foto dove siete insieme e che si meraviglia che non riusciamo a trovarne una.
Anche io, ma tant’è.
E mi fa vedere una di via Lima che ha trovato Lucia, dove non ho capito bene se sei tu o Gino abbracciato con due operaie, che non riesco a distinguere, ma che non sono né Lucia e nemmeno Ida.
A quel punto le faccio presente che la foto dovrebbe fare vedere almeno una parte del negozio vecchio, ma di Fidene.
Lei mi dice che non ha importanza perché tanto la foto è vecchia e non si nota dove è stata scattata.
Allora a questo punto non è meglio quella di Rimini? Dove comunque ci siamo tutti? E se si vuole si isola il soggetto e sfoghi lo sfondo e il gioco è fatto.
 E invece no. E sai perché? Perché accidenti ci giurerei, in quella foto ci sono io!!! E ci scommetto che se invece di io ci fosse stata Ida, che in fondo almeno era tua moglie, ma a quanto pare visto la foto di via Lima, anche una persona qualunque, beh , sarebbe andata bene.
E sai perché? Perché una persona qualunque si può cancellare, perché tua moglie ne avrebbe diritto almeno se non più di me. Ma come potrebbero spiegarmi, quale scusa trovarmi, se cancellassero me?
Un calcio ho dato a quel poco di amore rimasto. 
E per la terza volta lo dico. Non possiamo pretendere amore.
C’è o non c’è. Si prova o non si prova. Ma il rispetto.
Ho sentito qualcosa strapparsi dentro. Perché se comparissi in quella foto, magari me lo sono pure meritato, non solo per essere stata tua moglie, ma se non altro per tutti gli anni che ho dedicato a questa attività. E se sono cambiata, non è dipeso da me. 
Come non è dipeso da me se oggi sono stipendiata e considerata meno dell’ultimo arrivato.
Però stavolta non ci sto. Qualunque foto , che uscirà non potrò deciderla io. Ma saprò come prendermi il mio posto ugualmente se sarà necessario. Non mi è stato concesso nella realtà, ma non permetterò che me lo tolgano anche virtualmente. Non premetterò che annullino il nostro amore come hanno sempre sperato. Mi auguro di cuore che in quella foto appaiate veramente solo voi, tu e Gino. Ne che io venga cancellata. Perché se accadrà stavolta non ce ne sarà per nessuno. Non me ne fotte un cazzo nemmeno del video, per male che faccia.
E aspetterò che sposi Simone. Questa è una guerra solo mia e lui non deve entrarci. E difatti non gliene ho nemmeno parlato.
Non posso pretendere che mi si voglia bene, che mi si consideri come invece sempre io ho amato e considerato. 
Ma il rispetto si. Lo pretendo. E non solo per me, ma anche per te. Perché nel momento in cui rinnegano me, stanno rinnegando  anche te. E c’è un elenco infinito di cose che sarebbero diverse se tu fossi qui, ancora.
E sia chiaro, a questa cosa ci tengo molto più che a tutto quello che mi si deve.
Senza pensare che quelle poche persone rimaste a Fidene che conoscono la nostra storia sanno la verità e di certo si farebbero delle domande e non ne uscirebbero bene.
E a quel punto anche io non mi tirerei indietro in eventuali spiegazioni. Non invento più, non copro più. Nessuno.
E sai che c’è. Mi è passata pure la voglia della cena prima di Natale.
E so perfettamente che ormai la mia rabbia non si placa più.
E vedi amore, mi sa che ho sbagliato. Non sono depressa come pensavo. Sono davvero stanca. Stanca e arrabbiata, delusa.
Da tutto, persino da me stessa e dalla mia incapacità di farmi rispettare. 
Non da te, da te mai. Anche se lo so. Avresti potuto fare di più. 
Ma tu eri troppo uguale a me. Col tempo ho scoperto che nella vita vince e si realizza chi va avanti senza scrupoli. Noi non siamo quelli, purtroppo. 
E scusami per questo sfogo. Che maledizione a me, non ti do pace lì dove sei, ma non ho che questo schermo e questi tasti, per sfogare tutto il dolore e la rabbia che mi opprimono.
Buonanotte amore, dimentica ciò che ho scritto adesso, riposa in pace..💖












































domenica 17 agosto 2025

la differenza di un amore

 Lo riconosci. Quello giusto.

Quello che aspetta te. E’ inequivocabile.

Lo senti nella pelle, nello stomaco, nella testa, piena di pensieri di lui, nei vuoti quando ti manca.

Nella gelosia cieca e assurda che ti assale.

Lo avverti nelle viscere, radicarsi nelle vene, attorcigliarsi come edera al tuo cuore.

E se è destinato a te, niente e nessuno potrà portartelo via.

Lo riconosci da come ti guarderà, dal fremito che trasmetterà ai tuoi sensi, dalle attese trepidanti.

Verrai stregata, dalla sua voce, dai suoi gesti, dal suo odore.

Scomparirà ogni altra ragione di vita. Lo riconoscerai perché il mondo si colorerà di arcobaleno, avrai la certezza perché è diverso da tutte le altre volte, perché ti accorgerai di nuove sensazioni mai provate. 

Perché sarai pronta a dire si.

E se andrà via, anche dopo, non potrai sbagliare, riconoscerai la differenza di un amore.

Che non sarà più uguale, mai più.

Potrai innamorarti altre cento volte, ma il vero amore resterà solo uno, unico, irripetibile.

Te ne accorgerai dal profumo diverso sulle lenzuola, dal modo diverso di come ti toccava, come ti baciava, come ti guardava.

Dal modo in cui ti coinvolgeva. Da come ti faceva sentire donna, tutt’uno con lui. Per quella complicità unica, che non aveva bisogno di coccole o parole. Bastava percepirla nell’aria e basta, non servivano le domande o le risposte. Tutto era chiaro, semplice, vero.

Avvertirai la differenza in te, per tutto quello che oggi ti rende

 insofferente e apatica, per quei difetti che te lo rendevano speciale e che invece addosso a un altro non sopporti.

Perché non riuscirai più a fare con un altro quello che facevi con lui, senza stare male.

E ripenserai alle domeniche davanti la TV a guardare la sua squadra del cuore, a fare il tifo insieme a lui, alle battute di pesca, sentirai la sua mano sulla tua mentre ti aiuta a tirare su il pesce. A quella sigaretta che fumavi dopo un pranzo fuori, perché a lui piaceva. Alla patente che non avresti mai preso, non fosse stato per lui. 

A quando bastava una presenza per essere felice. E ti mancava l’aria saperlo distante anche solo cinque minuti.

Stargli accanto era toccare la luna e bastava.

A queste e ad altri milioni di piccole cose che facevi con amore e gioia, che rendevano i tuoi giorni speciali anche nelle abitudini.

Le piccole cose che potresti ancora fare, ma che rifuggi, perché adesso invece, ti pesano. O ti rendono indifferente.

E allora capisci. Ti guardi dentro e capisci, ti sei già risposta.

Non è sbagliato questo nuovo amore. È diverso.

Diverso in te. Perché il vero amore lo hai già consumato e si è portato via anche te.

E che vuoi farci.

Ricordi, proprio lui, lo diceva spesso: “Non si può andare contro i mulini a vento”. 

E non servono i sensi di colpa. Non guariscono, non ci fanno innamorare, non ci riportano indietro.

Non ci restituiscono chi abbiamo perso, ne il tempo.

Tantomeno quell’unico grande e vero amore che non potremo mai estirpare dal cuore e dall’anima, ne sostituire.

Ed io non lotto nemmeno più. Mi arrendo al ricordo, mi arrendo e non combatto più, ho capito.

Che non serve e non si può fuggire dal vero amore. Che non ci lascia mai davvero perché resta radicato dentro per sempre.

E’ una lotta impari, dove contrastarlo finisce per farci male, com’è successo a me, perché non bisognerebbe mai rimandare un dolore. Quando affiorerà, perché lo farà, ci troverà impreparati, convinti e illusi  di poterlo vincere ancora.

Può sembrare un paradosso, ma non è amore se non ci fa soffrire

E anche in questo dolore riconoscerai la differenza di un amore 

.. patty






INUTILMENTE

 INUTILMENTE


No, che non sarei sincera, se ti dicessi che sto provando a

lasciarti andare.

Anzi è l’opposto, più passa il tempo e più non riesco a minimizzare il tuo ricordo.

Continuo a dire che è sbagliato, che faccio male a chi mi è accanto e non lo merita, continuo a dirmi che così sto rinunciando a vivere, che mi faccio male, che sto male.

E soprattutto faccio male a te, che a causa mia non riuscirai a trovare la giusta pace dove sei.

Continuo inutilmente a chiederti perdono, a te e a Dio per la mia debolezza. Convivo con i sensi di colpa che mi divorano. Sono consapevole che tutto questo potrebbe portarmi ad essere condannata nell’eternità a perderti davvero.

Mi dico che l’amore vero deve essere capace di lasciare quando è necessario, quando è giusto, quando è ora.

Tutto vero, tutto giusto, solo fosse così facile.

I miei complimenti a chi riesce, a chi ce la fa.

Probabilmente sono molto più fragile di quanto pensassi.

Oppure no. Sei tu, che sei molto più forte. Tu, più forte del tempo che passa, più forte dei miei propositi, più forte, dentro e fuori da me, del mio amore stesso.

Ci saranno pure altre persone nel mondo che vivono questo sentimento come me, non credo di essere l’unica.

Sono quelle che non ti dicono che sei patetica, quelle che silenziosamente piangono, che gridano aiuto senza la voce. 

Bisogna entrare nei panni altrui, con i fatti e non con le parole, e allora capiremmo.

Tutti siamo buoni a consolare, a consigliare, a rimproverare, tutti, finché una cosa non la viviamo in prima persona.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E i proverbi non nascono a caso.

Cosa vuoi che ti dica: Non ti penso più, sei lontano anni luce, oggi saresti vecchio, comunque forse morto ugualmente, trovamela tu la bugia giusta, l’alibi che può tenermi lontana.

Non è vero che non torni. Torni sempre, ogni momento che ti penso, non è vero che sei andato, io ti vedo e ti sento, con il cuore e nell’anima.

E ci sei, rimasto per sempre fermo nel tempo e nella distanza, dato che Dio non ci ha concesso di vivere il tempo oltre.

Forse è quello che mi manca.

Hai presente quando vedi un bel film e resti a bocca asciutta perché s’interrompe sul più bello? Un libro cominciato e mai finito?

E non saprai mai cosa sarebbe accaduto dopo, Cominci a leggere, vieni travolta dalla storia, poi improvvisamente pagine vuote, una dopo l’altra, continui a sfogliarle, incredula, solo per trovarci nell’ultima la parola fine. Fine, punto.

Anche se tutto il senso era già scritto in quelle poche che hai letto.

E appunto tu, il senso di tutto. Chi me l’avrebbe mai detto.

Tu eri di più. Più di quanto potessi desiderare.

PIU’, scritto in maiuscolo.

Non si può gettare via le persone come fossero bambole rotte.

Non si cancella con un colpo di spugna chi per noi è stato PIU’

Più di quanto, di dove, di quando, di come, di tanto, di tutto.

Più di tutte le parole che non riesco a trovare.

Tanta roba, si dice a Roma per descrivere qualcosa di eccezionale.

E solo chi ti ha vissuto come me, può capire di che parlo.

È vero, parlo con gli occhi dell’amore, ma tu eri più anche del mio sguardo.

Come spiegare cos’è la concretezza, il coraggio, la dolcezza, il gioco, la sicurezza, l’affidabilità.

Come si racconta un sorriso, un abbraccio, un bacio che rapisce il tuo essere.

Quanti romanzi servono per far sentire a chi legge, cosa provavo quando stavo fra le tue braccia.

Quando mi affidavo a te ciecamente, perché finché c’eri tu a guidarmi non potevo sbagliare, ero al sicuro, dovunque a casa.

Non dipendevo da te, perché m’insegnasti la libertà, camminavo con te.

Camminavo nella luce, tu eri il mio faro. 

Mi sentivo la tua donna, la tua principessa.

Senza bisogno di castelli in aria. Non avevo bisogno di nulla, tu bastavi e avanzavi, il resto era superfluo.

Il ricordo si fa presenza mentre ti racconto.

Se potessi me lo strapperei da dentro, come ha fatto Dio con la costola di Adamo quando ha creato la donna, per riportarti da me, ma io non sono Dio e Lui ti ha preso con sé, ti ha voluto per Lui.

Fin qui tutto normale, tocca a tutti.

Mi resta un rimpianto che non potrò mai perdonarmi.

Quello di non averti tenuto le mani quando soffrivi, quello di non averti detto quello che davvero sentivo per te, invece di scrivere e parlarti adesso che è tardi.

Quando ti sei ammalato la maschera che avevo indossato per farmi coraggio più a me che a te, si era impossessata di tutto il mio essere, impedendomi di essere vera, illudendomi che così facendo scacciavo il fato tremendo che ci attendeva. Perché mi rifiutavo di leggere nei tuoi occhi lo sconforto e la paura, né volevo mostrarti i miei; sapevo che ci avresti letto la verità.

E io fuggivo dalla verità, anche adesso, immaginandoti ancora con me.

Mi fanno male quelle notti in ospedale, tu moribondo e io china sulle parole crociate. 

In realtà non le facevo, ascoltavo il rumore sempre più flebile del tuo respiro, il mio cuore si faceva pesante come quel soffio di vita che con tutte le forze cercavi di trattenere.

Non riuscivo nemmeno a piangere.

Era diventato pesante persino chiamare l’infermiera per farti dare il calmante, che ormai chiedevi in continuazione.

Perché mi pesavano le gambe, tanto quanto il cuore, per arrivare fino all’infermeria.

Così come mi è pesata quella mano che non ha mai preso la tua. Perché? Quanto fa male adesso.

Tanta durezza per cosa? Tutto, inutilmente, se invece penso a quanto ti amavo, ti amo, che avrei dato la mia vita al posto della tua, anche se non era giusto.

E ho pregato, lo ricordo, l’ultima sera, affinché finisse tutto questo.

Ho pregato la Madonna di guarirti o di farla finita, perché non potevo più sentire il tuo dolore. Dico sentire, non vedere, perché io lo sentivo, con tutto il mio essere, quasi fossi stata te. Sapendo che l’opzione più plausibile costava il mio dolore, per sempre, ho offerto il mio perché finisse il tuo e sono stata esaudita.

Avrei preferito diversamente, ma i miracoli non sono per tutti.

Forse io non ne ero degna. Tu lo sei stato, se crediamo nella luce di Dio.

Ti soffio un bacio, ovunque tu sia.

E se non sei, lo soffio dentro me, che non c’è dubbio che lì sei, per sempre …                        Patty


                                  












Si cambia

  Si cambia. Tutti.

Mia suocera diceva sempre che non era il mondo a cambiare, ma i “ mondarli”.. Aveva ragione.

Non si finisce mai d’impararla questa vita in continua evoluzione. Non finisce mai di sorprendere il mondo e il corso del tempo.

Come dice una canzone di Mariella Nava non siamo che pezzi di ricambio che si susseguono.

Siamo capitoli scritti nel tempo come fosse un grande libro, alcuni fatti di poche pagine, altri mattoni.

Ognuno con la sua storia, ma tutti inevitabilmente con la parola fine nell’ultima pagina.

E si cambia, ad ogni capitolo.

Talvolta rileggendolo, scopriamo di non riconoscerci più, qualche pagina sbiadisce e restano le righe vuote.

Quello che resta scritto racconta di un tempo passato che non ci appartiene più. Non ci appartiene quel tempo, le persone, i luoghi, le cose, persino i sogni.

Tutto ingiallisce tra quelle pagine segnate da una penna indelebile che non è cancellabile a nostro piacere.

E c’è un vento che gira le pagine troppo in fretta.

Ogni tanto vado a sbirciare.

Le pagine scritte finora mi raccontano già troppe donne diverse, troppi cambiamenti, tanto amore e troppo dolore.

Ho segnato in rosso i momenti felici per farli brillare, sottolineati con l’evidenziatore, quei capitoli dove c’eri anche tu.

Ho cancellato con scarabocchi neri i momenti tristi fino a bucare le pagine, ma quando le riapro come una stregoneria sono ancora lì, a ricordarmi il dolore.

E sono cambiata. Ho cambiato modo, vestiti, rughe. Ho cambiato mobili e abitudini.

Non sono più quella dei giorni scritti in rosso.

Si cambia, lentamente. All’inizio è solo un lieve soffio che ti attraversa, una nube leggera che attraversa il sole.

Tu stai là, ad aspettare che il sole torni e invece lei lentamente si addensa e promette temporale.

E anche i temporali passano dopo lo scoppio. Ma non sono tutti uguali. Alcuni lasciano l’odore della terra bagnata e portano refrigerio, alcuni devastano e fanno danni irreparabili.

E allora ti aggrappi, cerchi di proteggerti, di difenderti.

Ti chiudi dentro, in attesa che la bufera passi.

Dopo la devastazione, apri le finestre, guardi fuori e tutto è cambiato.

Ti senti smarrito.

Tutto da rifare, da ricominciare.

E non riconosci più la casa, le strade, la gente, che invece sono sempre le stesse, sei solo tu che le vedi con occhi e cuore diversi.

Perché il temporale si è portato via un pezzo importante di te, relegan dolo in quel capitolo andato via per sempre.

Allora chiudi gli occhi e il libro, cerchi di reinventarti.

E quanta fatica, solo per scoprire che in realtà non sei mai riuscito a voltare pagina.

Che non è servito cambiare i mobili, ne le abitudini, nemmeno cambiare te stessa.

Che il vento si era fermato e per questo era sopraggiunto il temporale, fermato a quel capitolo sul confine tra la penna rossa e quella nera.

E cadi, una volta sulla pagina dietro, un’ altra su quella avanti e resti in bilico, sopraffatto dalla corsa del tempo che non da tregua, smanioso di scrivere ancora, mentre lotti contro un vento nuovo che vuole strappare le pagine passate e toglierle alla tua memoria.

Potessi mangiare la carta del tempo la ingoierei come si fa col veleno affinché niente e nessuno possa carpirmi quelle pagine.

Ma il vento continua a soffiare sempre in una sola direzione e a nulla vale cercare di tornare indietro e annaspo invano mentre cerco di fermarle al capitolo giusto.

Mentre cerco di fermare una pagina, mi sfugge l’altra e non trovo più il modo di rimetterle insieme e perdo il filo, tutto torna e si confonde, un po’ fa bene e un po’ fa male e il cuore non ce la fa.

Però mi accorgo che il mio libro altro non è che un quaderno con la copertina con gli anelli.

Forse troverò il modo per aggiungere ancora qualche pagina e spero che sia rosa.

Nel frattempo, riapro il libro. Mi accorgo che quel capitolo non c’è più.

Non so se ho vinto io o il vento, ma una cosa è certa, è volato per sempre nel mio cuore…. Patty


venerdì 15 agosto 2025

Dettagli

                Dettagli

Ci sono cose che, mentre le vivi non le noti.

A volte abbiamo le cose sotto gli occhi e ci sfuggono quei dettagli, quelle sottigliezze che fanno la differenza. 

Quando te ne accorgi spesso è tardi per rimediare. Non sempre possiamo cambiare le cose però, ma si può tentare. 

Così oggi, ,mentre digitalizzato vecchie foto, mi sono imbattuta naturalmente in quelle di nostro figlio da piccolo.

In molte ci sei tu, che giochi con lui, che stai con noi.

A parte quelle in cui è neonato dove non c’è carattere, già dai primi mesi si nota che è un bambino dolce e solare.

Nelle foto con te ti guarda innamorato.


Non è una cosa che sento io, chiunque vedesse quelle foto si perderebbe nei vostri sorrisi complici.

E anche dove non sei,  nella stragrande delle foto i suoi occhi sono radiosi, la bocca sempre aperta in un sorriso.

Come per tutti i bambini molte pose sono curiose, spiritose.

Man mano che scorrevo nelle foto però a un certo punto ho notato quel piccolo dettaglio che mi ha costretto a tornare indietro e a rivederle più volte.

È cominciato tutto da una foto in cameretta. Dicembre 1997, dice la foto. Lui ha appena un anno e mezzo.

Guardo a fondo nei suoi occhi, il sorriso è forzato, troppo per un bambino così piccolo. I suoi occhi non ridono più.

Vado avanti, tutte così le foto, raramente qualcuna mi riporta il bambino delle foto prima.

Resta il sorriso e la dolcezza, ma gli occhi non sono gli stessi.

E allora torno di nuovo indietro. Cosa mi sfugge?

Vorrei essermi sbagliata, forse è soltanto un’impressione.

Ma ce n’è una in particolare che, come un fulmine, m’illumina.

Hai presente quelle foto che solo guardandole sanno raccontarti tutta la storia? Una di quelle foto che qualunque fotoamatore come me vorrebbe scattare almeno una volta nella vita.

Siamo a scuola, c’è una recita e lui, in mezzo a tutti gli altri bambini, alza una mano e saluta gioioso, si solleva sulla sedia per farsi notare.

Mio figlio. Non fosse per la foto giurerei che non è lui.

Avevo rimosso. I ricordi delle sue recite sono sempre svogliati. Per due anni di seguito addirittura si metteva a piangere e io uscivo frustrata da quelle recite con la fotocamera in mano spenta troppo presto per non riprenderlo mentre piangeva.

Ma quella volta no. Prendo gli occhiali per leggere da vicino,

 per guardarla meglio. Avvicino la foto alla luce della finestra. 

Si, è lui, deve essere il primo anno di asilo, a Natale.

E all’improvviso tutto diventa chiaro 

Quel giorno c’eri anche tu alla recita. Come ho fatto ad essere così cieca, a non capire. Essendo così piccolo non so se fosse consapevole in pieno del perché dei suoi comportamenti.

Un bambino non si fa domande, un bambino è così o lo diventa e non sa relazionarsi nelle mancanze.

Come diventa chiara e dolorosa la consapevolezza di quel sorriso appena accennato e gli occhi spenti. Tu ti ammalavi, tutto cambiava. E per quanto ci si voglia sforzare di non fare trapelare i nostri disagi ai nostri figli i bambini sono spugne che assorbono tutto.

E lui ti adorava, come del resto io. Perché eri un papà meraviglioso, che persino nella malattia ti alzavi la notte a darmi il cambio per cullarlo. Le sue piccole manine strette dalle tue così grandi e forti in quella foto in carrozzina e non posso più trattenere le lacrime.

Lui ti amava si, più di quanto amasse la sua mamma.

Quando i primi tempi lo lasciavamo all’asilo e lui straziato voleva tornare a casa, pregava la maestra di tornare dal papà, non nominava la mamma.

Si sentiva già grande e invincibile con il suo “papi”.

E grande lo è diventato davvero, di colpo e troppo in fretta quando ti ha perso.

Dicono che l’ho cresciuto bene, è vero, ne sono fiera, ma il merito non è mio. Sono convinta che da lassù non l’hai mai lasciato.

Eppure, credo che nel suo inconscio di bambino si sia sentito tradito dal suo “papi” che se n’è andato.

Tradito da Gesù, chiuso in una foto e nel suo egoismo quando appresa da me la notizia quel triste giorno è corso a pregarlo di farti tornare, come può fare un bimbo di quattro anni che non conosce la parola morte. Deluso da me, dal mio rapportarmi a lui come in un grande perché non volevo nascondergli nulla e dalla mia apparente freddezza trascinata negli anni per fargli meno male. Per finire forse a fargliene di più.

Perché forse voleva dimostrarmi di essere forte altrettanto 

Lo stesso sbaglio che feci con te, quando ti ammalasti e mi vestivo di bugia per non compiangerti, pensando di farti forza. Ma chissà che una volta non avresti voluto che piangessi in silenzio con te.

Avrei fatto meglio a mostrargli la mia vera me, la mia fragilità per permettere la sua. E così con te.

Resta il fatto che da allora non ti ha mai più nominato, né chiesto mai di te. Il suo dolore si palesava solo al cimitero, quando si metteva davanti la tua foto e cominciava a parlarti come fossi vivo. Un bambino di 4 anni. 

Quanto può reggere un cuore duro? Ho smesso di portarcelo e ho smesso di andarci anche io.

E ancora ho sbagliato.

Oggi è un uomo e ancora oggi lo vedo sfuggire il tuo ricordo. Ma non parlo di quei pochi flash che avrà in memoria, se ancora li ha.

Mentre io riesco a parlare di te, anche se il dolore non è sopito, lui si chiude, non mi chiede mai di te, si allontana se per qualche motivo tiro fuori una foto, si estranea davanti a un racconto, al ricordo.

Prima che se ne andasse a vivere da solo, gliel’ho chiesto.

Gli ho chiesto il perché non mi domandasse mai del suo papà.

Mi ha risposto che preferisce non toccare l’argomento, perché si accorge che io soffro e non vuole vedermi soffrire.

E in parte è vero. Lui sa vedere nei miei occhi quanto io nei suoi.

E i suoi non mi dicono tutta la verità.

Il vero rifiuto è alla sua di sofferenza. Sapere, non solo attraverso me, quale persona meravigliosa fossi tu e non avere avuto la possibilità di viverti, di non aver conosciuto quello che eri tu, nell’età giusta per ricordarti con amore. Che non si domanda come sarebbe stato altrimenti perché in cuore suo sa che è inutile, tanto non è. Gli resta l’amarezza che conoscono tutti i bambini a cui sono state tolte le radici, quando ti senti come se mancasse una parte di te e non sai quale.

E la cosa peggiore è che questa cosa l’hai dentro senza esserne consapevole. E non si guarisce.

E non basta ricordargli che l’ultima telefonata il papà l’ha fatta per lui, senza voce e senza respiro ormai.

Non posso raccontargli dei pugni di rabbia e sconforto sul letto di morte mentre invocavi il suo nome e lo strazio del mio cuore. Le volte che lo hai raccomandato a tutti, in particolare a suo fratello più grande.

Se c’è stato un ultimissimo pensiero prima di lasciare questo mondo sono convinta che non è stato per me, ma per lui.

E il tuo compito non è finito con te, ma è proseguito anche dopo, specialmente dopo. 

Mi sento in colpa per non essere riuscita a farlo sorridere ancora nello stesso modo, in colpa per aver nascosto il mio dolore che lo ha costretto a fare altrettanto fino a chiudersi totalmente. Fino forse ad avercela con te. Te che eri il suo eroe, il suo primo amore.

Mi sento in colpa anche se so che quanto ho fatto l’ho fatto in buona fede e cercando di fare del mio meglio, sempre.

Vorrei farti tornare e per me, ma anche per lui, per rimettere le cose a posto, per ridarlo quel sorriso che oggi ha ritrovato, ma non verso te, per colpa mia, solo mia ed è un’altra cosa che riuscirò a perdonarmi, solo se verrà un giorno che lui mi perdonerà e che mi perdonerai tu.

Intanto le foto scorrono, come scorre la vita e io l’avrei fermata in una casa di campagna. Lui su uno sgabelletto davanti al vecchio camino, lo sguardo e la risata sincera, mentre indica te che t’intravedi appena inginocchiato in terra vicino a lui e vorrei entrare nella foto per fermarmi a ridere con voi, invece di scattare.

Che all’improvviso mi sembra di odiare questa mia passione, che mi ha impedito di vivere quell’attimo nell’eternità, patty


Ferragosto 2025

 Caldo, troppo caldo. C’è un cappa da togliere il fiato.

Lo dice anche il telegiornale. La terra si sta scaldando troppo e ogni anno sarà peggio.

Eppure io ricordo tanti ferragosti simili, che infine come sempre sfociavano in temporali.

In fondo è risaputo che dopo ferragosto cominciano .

Quelli estivi, che durano talvolta mezz’ora , ma molto forti. A volte  fanno anche danno e di brutto.

Ma il temporale non mi tocca. Anche quest’ anno, come quasi sempre mi capita sin da ragazza, mezza giornata lavoro, e addio “braciolata”.

Da quando ho cominciato a lavorare in pasticceria e ormai sono più di quarant’anni, una vita. E ci ho fatto il callo. 

E infine cos’è un lampo in cielo, per chi il temporale ce l’ha dentro anche col sole.

Cos’è una giornata di pioggia davanti alle lacrime di anni.

E mi tornano quei ferragosto felici.

Quando dopo aver lavorato montavamo in auto, io e te, diretti al paese, nella tua casa in campagna che non finirò mai di rimpiangere come te, che se avessi solo potuto non avrei mai venduta.

Quella casa semplice che mi accoglieva con il sorriso di quella vecchina della tua ex suocera, che mi aveva accettato come una figlia e sento ancora il calore di quell’affetto.

Partivamo, ricordo, con dolcetti e la scorta di cornetti in busta da regalare ai conoscenti che avremmo visitato e ogni anno così, un semplice rito che si ripeteva.

Mi fa pensare a quanto erano diversi i valori una volta.

Quanto erano importanti le persone.

Quanto fosse tutto più vero con te.

Partivamo col sole, qualche volta con la cappa come oggi, senza l’aria condizionata, alle due del pomeriggio, con i finestrini aperti e la musica sull’autoradio.

Non ci siamo risparmiati altri viaggi, ma agosto era questo.

E io ero felice così. Non facevo programmi, né chiedevo altro. A me bastava quella casa, a me bastavi tu.

Ora la strada è migliore. A quei tempi la Salaria era un po’ più brutta e se s’incontrava un camion davanti erano cavoli perché non si poteva sorpassarlo.

E si passava dentro Rieti, se volevi andare verso Ascoli, poi fecero una strada nuova, gallerie nuove e già si andava meglio.

Tappa fissa, Cotilia. Il chiosco col panino con la porchetta, perché si partiva con la fame senza aver pranzato.

Sorrido al ricordo che una volta ci lasciammo il seggiolino di nostro figlio, che si rifiutava straziato di starci dentro e lo riprendemmo dopo qualche giorno al ritorno.

Ci sono ripassata qualche anno dopo di te, e il gestore ancora ricordava quell’episodio.

E l’anguria, presa al camion che puntualmente si fermava nei pressi di Antrodoco. Una volta per giocare chiesi al signore di darmi l’ultima sotto. La faccia stupita del venditore col quale scoppiammo a ridere assieme.

Poi, superato quel tratto, nei pressi del passaggio a livello puntualmente cominciava a piovere.

Sempre, tutti gli anni che io ricordi.

Alzavamo i finestrini, ma io un pochino lo lasciavo sempre aperto. Mi piaceva sentire il fresco che entrava nell’auto, l’odore di terra bagnata. Volgevo lo sguardo verso le montagne, mi sentivo avvolta da un senso di pace e libertà e il temporale non mi faceva paura.

La mia mano accarezzava i tuoi capelli. Mi piaceva farlo mentre guidavi. Mi piaceva la tua mano sulla mia coscia, che mi trasmetteva sicurezza e desiderio al contempo.

Mi piacevano i tuoi occhi che fissavano la strada e che controluce cambiavano colore e diventavano verdi.

E mi piacevano gli attimi che rallentando riuscivamo a incontrare i miei.

C’era tutto in quegli sguardi, tutto quello che qualunque donna vorrebbe dal suo uomo.

Mi piaceva persino la tua sigaretta che il più delle volte nemmeno accendevi, ma continuavi a tenere fra le labbra. 

E quando era accesa, guidavi con una mano e l’altra fuori, che non si dovrebbe fare, ma io con te sarei stata sicura persino se avessi guidato a occhi chiusi.

Una volta il temporale non ci diede tregua e ci accompagnò fino alle curve per “ Folignano”.

Ricordo che l’acqua era talmente tanta che mentre facevamo i tornanti arrivava ai finestrini.

Poi, vicino casa, d’improvviso il sole, come se nulla fosse stato.

E che bella la campagna. Ma puoi capirla solo se ami la natura. Belli i tramonti sui campi. L’alba svegli con il gallo, come raccontano i libri. Le lucciole delle sere d’estate nascoste tra l’erba come tante stelle in cielo. Il canto dei grilli.

La rugiada del mattino. La fontana in pietra, dove ancora si lavano i panni col sapone a pezzi.


Bella come quando tornavamo dal mare accaldati, bella per le sere passate sulla veranda con il giacchetto addosso quando non si usciva. 

Buona come i fichi colti sull’albero dove ti arrampicavi coma una scimmia e io avevo sempre un po’ paura. Quell’albero che, per una strana coincidenza è finito dopo te, colpito da un fulmine. Buona come i pomodori colti nell’orto.

Semplice come la gente, umile e lavoratrice, che si accontenta di un pezzo di pane con l’olio e una panchina, appoggiati a una grande quercia che da ristoro nelle ore più calde, quattro chiacchiere con il fattore e il giorno va. Senza pretese.


E ancora più bella diventa quando la vivi e la guardi con gli occhi dell’amore. Che tornerei in quella camera che odorava di mobili vecchi e muffa, per regalartelo ancora e sempre.

Che mi ubriacherei ancora e ancora dei tuoi baci mentre travasi il vino in cantina.


E m’insegnavi a riconoscere le piante. Mi guidavi lungo i campi fino a raggiunger un punto in cui in  si vedeva una parte di case in lontananza e io mi cibavo del tuo amore e dei tuoi racconti.

Eri amico di tutti, in pace con tutti. Ovunque andavamo era una festa. Mi sono sentita sempre accolta e benvoluta. Che belle persone che ho conosciuto. E chissà, se oggi è ancora così. Per un po’ , dopo te ho continuato ad andare, fino a quando a malincuore non ho dovuto vendere casa.

E manca, quanto te, più che mai. Specialmente in giorni come oggi, quando il ricordo si fa più forte.

E benché sia forte la tentazione di tornare, anche se per un giorno soltanto, il cuore è combattuto perché muoio dalla voglia di andarci, ma so che inevitabilmente morirei travolta dai ricordi.

E dall’impossibilità di riaprire quella porta e comunque non trovarci più nulla come prima, le cose, tanto meno le persone , tanto meno te.

Di vedere la campagna cambiata; da quanto mi hanno detto hanno costruito. Non sarebbe più come ricordo e forse farebbe ancora più male ; un’altra constatazione che niente è più come prima, dopo te e invece  tutto  è rimasto uguale dentro me, anche il mio amore.

E fa male trattenerlo dentro tutto questo amore.

Niente fa più male di un amore che non si può gridare, ne raccontare, mai più vivere.

Buon ferragosto amore, dovunque e comunque tu sia, o con chiunque tu sia, se esiste un posto dove ancora stai.

E un posto c’è sicuramente ed è dentro al mio cuore .. per sempre… ❤️ ❤️ ❤️ Patty




domenica 13 luglio 2025

 Quando il mondo ci avrà dimenticato

Tu ricorda che c'è stato un tempo

In cui per qualcuno

eri tutto il suo mondo e

che invece non ti aveva mai dimenticato. ...

Qualcuno che non era nel tuo tempo,

Che si è messo a correre per raggiungerti,

Che non ha mai smesso di raccontare di te

Per tenerti vivo con se e con gli altri.

Qualcuno che non ha mai accettato di perderti

Qualcuno che ti ha amato, vincendo tutte le distanze, in luce e tempo.

E nel momento in cui scrive ancora non è stata inventata la misura ne il valore.

Saremo spoglie sconosciute domani, io e te, per chi verrà dopo.

A chi lasceremo la nostra storia?

Cosa ne farà la terra arida di un amore grande e consumato in tanto breve tempo?

E come la nostra, miliardi di altre storie che avranno attraversato la notte dei tempi.

Sono le storie vere, quelle degli umili, degli sconosciuti.

Non sono capolavori, come l’amore di Dante per Beatrice e non resteranno sui libri di scuola.

Ma per chi cerca l’eternità non c’è freno che si possa tirare per fermare la nostalgia e la malinconia che attanagliano quando compare il ricordo. E nemmeno freno per la fantasia, immaginarti con me. Un tuo respiro in un alito di vento, un bacio dentro un raggio di sole, i tuoi occhi stampati in cielo, il tuo sorriso prigioniero nei miei pugni chiusi, la tua voce a ritmo con i miei passi.

Un abbraccio ad ogni battito di cuore. Un ti amo speso per ogni nota che passa nelle cuffie mentre macino chilometri di una domenica mattina d’estate.

La tua immagine dovunque poso lo sguardo e l’amarezza dell’incantesimo che si rompe mentre passa una macchina e mi distoglie dai pensieri.

Pensieri sparsi qui e la in cerca di te.

Pensieri che scrivo sul cuore , con la speranza e l’illusione che tu possa leggerci dentro, volgendo troppo spesso gli occhi al cielo per scoprire se davvero sei là e mi senti.

Pensieri che tutto fanno scomparire intorno e resti solo tu e resto solo io.

Ma io volevo solo un po’ di più, un po’ di più di te.

Che sarebbe di noi oggi, se tu fossi ancora qui?

Certamente non saresti più quello.

Ma ti ho scelto e oggi mi sarei contentata del mio uomo stanco e vecchio, del suo sguardo un po' più spento, delle rughe in più, delle forze in meno. Di giorni grigi e monotoni che fermano la vita nel focolare di una casa. Dei tuoi sbruffi e dei tuoi borbottii che sarebbero aumentati. Si, mi sarei contentata di tutto questo pur di poterti tenere ancora con me, ancora un po’ e poi non mi sarebbe bastato comunque perché ancora non avrei voluto perderti.

Forse il mio è un amore malato. Come si può amare così tanto un fantasma? Qualcuno che esiste solo in noi, come l’amico immaginario di un bambino.

E com’è egoista l’amore quando pretende di tenere legato ciò che non ci appartiene più, nella consapevolezza di volerti felice dove tu ora sei, benché la tua felicità costa la mia.

Chissà che la vita non sia solo un sogno per ciascuno di noi.

Un sogno dal quale ci risveglieremo proprio quando chiuderemo per sempre e nell’ultima volta gli occhi.

E che tu sia stato solo un battito d’ali del mio sogno, lieve, breve, ma intenso come quei sogni che restano impressi anche dopo svegli.

Ma in uno scrigno ho le tue lettere , la tua scrittura indelebile, con la tua firma, un timbro che attesta la tua esistenza.

E c’è quella foto che c’immortala insieme, dentro una vecchia cornice che ho strappato dal muro, per scegliere di soffrire meno.

E ci sei tu nei video girati insieme, noi protagonisti di un film senza finale, dove la tua voce mi torna come un eco che risuona nell’anima.

Dove ogni tuo gesto ti riporta qui.

E ci sono ancora il tuo mazzo di chiavi, il pettine che tenevi sempre in tasca, i tuoi occhiali la tua carta d’identità.

E allora non è possibile che ti abbia solo sognato, anche se resta la rabbia, per quello che resta mentre tu invece non sei più qui.

L’ ho nascosto bene, lo scrigno, in un luogo scomodo e poco accessibile, per desistere alla tentazione di andarci a scrutare dentro e farmi più male.

Ma è inutile, che tanto ci pensi tu a scavarmi dentro.

E la buca è sempre più grande, c’entra il mare ormai, tutto , onda dopo onda, che più ti porta, più ti allontana.

E sono sempre io, che mi consumo e mi ripeto da anni ormai per esorcizzare il dolore, per attutire la mancanza, per cancellare l’assenza.

Perché mi manco, senza te. Non mi riconosco più in quella donna che accanto a te si sentiva leggera come farfalla, forte e sicura, appagata, realizzata.

Ma quanto davvero ti ho amato, mi domando, e quanto ti amo…❤️

Ci sono amori che finiscono senza motivi validi. Perché noi uomini scegliamo di farli finire.

Mi chiedo perché un Dio che dovrebbe essere buono e giusto fa finire invece i grandi e veri amori.

Poi mi viene in mente che anche tu avevi un grande amore prima di me

e, che forse Dio te lo aveva tolto per fare spazio a me.

 Ma tu? E no, non posso credere che dovevi fare spazio a chi è con me oggi, tanto più che forse non è quello giusto. Tanto più che ho dalla mia la colpa di non riuscire ad amarlo quanto te .

Perché ognuno ha il proprio destino. E io ero destinata a te, al di là del modo e il tempo.

Oggi ti rendo a colei che mi lasciò il posto, anche se per poco, mi ha regalato la felicità e la ringrazio e le sono grata, anche se non l’ho mai conosciuta.

Vorrei dirti che spero oggi siate di nuovo felici insieme, che non ne sono gelosa. Ma spero lei non lo sia altrettanto verso me, se ogni tanto volgi lo sguardo quaggiù e mi senti.

E vorrei dirti mille cose ancora, averti qui dieci minuti del tuo tempo in cielo. Che poi cosa sono dieci minuti davanti a un’eternità?

Ti racconterei di nostro figlio, di com’è cambiato il mondo e la gente. Davvero era meglio quando c’eri tu.

Ma forse già sai tutto, perché vivi tutto attraverso me, anche se io non me ne accorgo.

Ma se è così batti un colpo, fammi sentire che ci sei, asciugami le lacrime del cuore. Tendimi le mani e tienimele strette fra le tue, dammi la forza, il coraggio di continuare a vivere nel tuo nome, fallo per me e anche per te.

Ti soffio un bacio. È tardi , stasera sarò a casa di Simone, vieni con me, ti aspetto…